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Category Fondamentali

Cos’è l’inflazione

Le basi

I vari beni e servizi che utilizziamo quotidianamente hanno un prezzo, che può variare nel tempo: alcuni possono subire un aumento, altri una riduzione. Si parla di inflazione quando c’è un aumento generalizzato dei prezzi e, quindi, quando con un’unità di moneta si può acquistare una minore quantità di beni e di servizi rispetto a prima. In altre parole, quando il valore reale dell’unità di moneta è inferiore al passato.

Come si calcola l’inflazione

Non siamo tutti uguali e proprio per questo motivo le nostre abitudini di spesa non sono tutte uniformi. Partendo da questa teoria, chi si occupa di calcolare l’inflazione – in Italia è l’Istituto nazionale di statistica (Istat) – crea un apposito paniere di beni e di servizi, ossia una specie di carrello all’interno del quale viene valutato un catalogo di beni e di servizi consumati dalle famiglie nel corso dell’anno.

Nel definire il paniere, sul quale poi calcolare l’andamento dei prezzi, si tiene conto dei beni di uso quotidiano (alimentari giornali, benzina) dei beni durevoli (abbigliamento, elettrodomestici) e anche dei servizi (dentista, assicurazioni). Le abitudini di spesa medie dell’insieme delle famiglie determinano il peso da attribuire ai diversi beni e servizi.

Una volta creato il paniere, bisogna definirne il prezzo, dato semplicemente dalla quantità dei beni per il relativo prezzo. Questo calcolo viene effettuato ogni anno: il tasso di inflazione sui 12 mesi non è nient’altro che la variazione percentuale da un anno all’altro.

Diversi tipi di indici

L’Istat, oltre all’indice che misura le variazioni di prezzo del paniere, elabora in totale 3 indici:

  1. NIC – l’indice relativo all’intera collettività nazionale, che considera l’Italia come un’unica grande famiglia di consumatori, anche se all’interno le abitudini di spesa sono molto diverse tra loro;
  2. FOI – l’indice relativo ad operai e impiegati che si riferisce ai consumi dell’insieme delle famiglie che fanno capo a un lavoratore dipendente;
  3. IPCA – l’indice armonizzato europeo, sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione comparabile a livello europeo. Il concetto di “armonizzato” fa riferimento al fatto che tutti i Paesi dell’Unione europea adottano la stessa metodologia di calcolo.

Perché è importante

L’inflazione è un dato macroeconomico molto importante ed è alla base delle decisioni di politica monetaria delle banche centrali globali. Il compito principale della Banca Centrale è di mantenere una certa stabilità dei prezzi, che secondo la BCE e la FED si traduce in un’inflazione target del 2%, valore adesso parecchio distante, almeno per la zona euro.

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Cosa cambia tra SGR, SICAV e fondi comuni d’investimento?

Navigando nel mare del web ci si rende conto di come la differenza tra SGR, SICAV e fondi comuni sia interamente attribuita alla natura giuridica di queste entità finanziarie: ricercando parole come SGR e SICAV, Google non fa altro che elencare una serie di dettagli normativi incomprensibili ai più, finendo per confondere ulteriormente le idee a chi deve decidere dove e come investire i propri risparmi. Riceviamo molte domande dai nostri utenti e lettori su questo argomento.

Partiamo da una certezza: SGR, SICAV e fondi comuni sono tre termini che hanno tutti a che fare con il risparmio gestito, cioè con il denaro che un risparmiatore affida a professionisti del settore, affinché lo investano sui mercati finanziari. Sì, ma quali sono le differenze? Proviamo a fare un po’ di chiarezza, non usando il punto di vista giuridico, ma badando alla sostanza delle cose.

La SGR

SGR è una sigla che sta per “Società di Gestione del Risparmio”. Le SGR sono delle società per azioni, con la qualifica di intermediario finanziario. Di conseguenza, sono soggetti regolamentati e sottoposti alla sorveglianza di CONSOB e Banca d’Italia. Il loro compito principale, come suggerisce il nome, è quello di gestire il denaro raccolto dai vari investitori; per attuare il loro compito si servono di strumenti d’investimento, o veicoli d’investimento: il principale è il fondo comune.

Il fondo comune

Il fondo comune è uno strumento usato dalle SGR per effettuare un investimento. Di fatto, è un “contenitore” al cui interno confluisce il denaro proveniente dai risparmiatori, che viene gestito in comune. Lo so che la domanda spontanea è: “Perché creare un fondo comune quando il capitale proveniente dai risparmiatori potrebbe confluire direttamente nella società?”

Il motivo di tale storica scelta normativa, comune a livello mondiale (praticamente ovunque al mondo esistono fondi comuni), nasce dal fatto che per la legge italiana e comunitaria è importante mantenere ben separato il patrimonio della società, cioè la SGR, e il patrimonio del fondo, cioè i soldi dei risparmiatori. Il motivo è molto semplice: in caso di fallimento della società il risparmiatore in nessun caso vorrebbe vedere i risparmi di una vita impiegati per ripagare i debiti della SGR a cui li aveva affidati…

Sia chiaro, non potrà mai esistere un fondo comune senza la gestione di “mamma SGR” (o equivalente forma societaria), proprio perché il fondo è considerato una sorta di appendice della società.

Di solito si legge in giro che fondo comune d’investimento e SICAV siano sinonimi, vediamo se è vero.

La SICAV

La SICAV è una società per azioni a capitale variabile: la variabilità del capitale dipende dal denaro che confluisce all’interno (o per esser più precisi, nei vari comparti della SICAV) che, ovviamente, può aumentare o diminuire. Proviamo a immaginare una SICAV come un grande ombrello: sotto questo ombrello sono presenti dei contenitori – i comparti – internazionalmente chiamati sub-funds;nella sostanza questi contenitori non sono nient’altro che… fondi comuni.

Quindi, se si guarda al sodo, le SICAV non sono nient’altro che aggregatori di fondi comuni che assumono la forma di società per azioni.

È pur vero che a livello formale il risparmiatore che investe in una SICAV rispetto a un fondo comune diventa azionista della società. Ma è un aspetto che nella realtà di tutti i giorni è abbastanza irrilevante per un investitore. Per chiarire una volta per tutte quest’aspetto, concludiamo che non vi è sostanziale differenza tra la Sicav, o meglio i “sub funds” della Sicav, e un fondo comune. Tant’è vero che le caratteristiche d’investimento della SICAV e del fondo comune, dal lato del risparmiatore, sono pressoché identiche:

  • seguono la stessa normativa comunitaria (MIFID e via dicendo);
  • presentano gli stessi tipi di limiti e vincoli di gestione (ad esempio limiti di concentrazione per emittente, singolo titolo, uso della leva finanziaria, e via dicendo)
  • presentano le stesse tutele per il risparmiatore (che derivano dalla normativa);
  • seguono le stesse modalità di vendita (via sportello bancario, reti di promotori, online/diretta);
  • hanno la medesima gamma di investimenti, ampissima;
  • hanno la stessa liquidità (“quota” giornaliera, per lo più).

Riassumiamo quindi i tre concetti con l’aiuto di un’infografica esplicativa.

In breve: meglio investire in un fondo comune o in una SICAV?

Le differenze formali possono confondere, ma tranquilli, dal punto di vista del risparmiatore non cambia sostanzialmente niente tra investire in un fondo comune o in una SICAV. Normali risparmiatori eseguono trade quotidianamente, comprando e vendendo SICAV e fondi comuni di diritto italiano, senza nemmeno accorgersene.

A voler essere precisi, è dal punto di vista dell’industria finanziaria che invece la differenza tra SICAV e fondo comune assume una certa rilevanza, sia dal punto di vista organizzativo che da quello commerciale. Ma questo è un altro discorso: lo approfondiremo in un altro post.

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L’importanza di ribilanciare il proprio portafoglio

Il riequilibrio delle esposizioni di portafoglio e’ fondamentale per una gestione prudente dei propri investimenti, ed e’ stato a lungo considerato un fattore determinante per la performance a lungo termine.

Difatti, un portafoglio passivo, portera’ inevitabilmente una distorsione nella composizione, dato che per l’andamento dei differenti mercati i differenti elementi si muovono a velocita’ diverse, o a volte totalmente opposte.

Come si puo’ vedere nel grafico in apertura, ad esempio, un portafoglio non toccato nel tempo avrebbe comportato a una sovraesposizione dell’azionario per effetto mercato. In questo caso, se il nostro obiettivo di asset allocation e’ quello di mantenere un 50/50 tra azionario e obbligazionario, dovremo procedere a un ribilanciamento.

Non farlo, puo’ comportare a una sovraesposizione a una asset class invece che a un’altra, andando a aumentare o a diminuire la volatilita’ a livelli non richiesti, o non sopportabili dall’investitore. Immaginiamo ad esempio un investitore che vuole una volatilita’ molto bassa, e che dopo anni senza ribilanciamenti alcuni si ritrova un portafoglio sbilanciato nell’azionario, dovuto all’effetto mercato. In questo caso, l’investitore dovrebbe o cambiare la sua emotivita’, ovvero accettare una maggiore volatilita’ (anche se difficilmente realmente succede, nonostante si capisca a pieno le modalita’ di lavoro dei mercati), o cambiare la composizione del mercato.

Inoltre, un ribilanciamento del portafoglio e’ ottimale in termini di prestazioni soprattutto nei momenti di difficolta’ dei mercati azionari, come ad esempio quello appena vissuto a causa del coronavirus. In questi momenti, nonostante sia difficile considerando la delicatezza del momento, un ribilanciamento a favore dell’azionario ha sempre portato grandi soddisfazioni, con un rendimento medio molto superiore a un portafoglio passivo. Viceversa,, sembrerebbe naturale abbassare questa esposizione quando i mercati salgono da diverso tempo, con una possibilita’ di uno storno (ovvero di un calo) molto piu’ probabile, dovuto al termine di un ciclo economico.

Ti ricordo, inoltre, che c’e’ un servizio di Diagnosi Investimenti totalmente gratuito, al quale ti rimando al link, con il quale puoi venire a conoscenza della composizione e dell’efficenza reale del tuo portafoglio, e su come puoi ribilanciarlo e quando per migliorare i rendimenti e abbassare i rischi.

Clicca per andare alla pagina di Diagnosi Investimenti

Aprire online un conto Fineco con assegnazione Consulente Finanziario

Da qualche giorno, in Fineco e’ disponibile la nuova modalita’ di apertura conto online con assegnazione Consulente Finanziario diretta.
Avrai quindi la possibilita’ di essere associato fin dall’inizio a un Consulente, in modo da potergli chiedere qualsiasi informazione e consiglio sui vari temi, quali investimenti, fondi pensione, e simili.

Ovviamente, il servizio di assegnazione a un consulente finanziario non ha costi aggiuntivi. Perche’ non approfittarne quindi?

E’ necessario andare sul sito finecobank.com, e cliccare in alto a destra su apri il conto, oppure direttamente su questo link:

Apri il conto Fineco (cliccami)

La procedura rimane la stessa. A differenza di prima, c’e’ solo un nuovo elemento da tenere in considerazione, ovvero proprio quello del Consulente Finanziario.

Nella casella riservata, sara’ necessario inserire il seguente codice:

RW054488

Il sistema verifichera’ il codice e dara’ poi conferma. Dopodiche’ andra’ scelta la modalita’ di verifica del conto, ovvero se tramite webcam o tramite bonifico (qui ricordo che serve un altro iban intestato alla stessa persona).

Per facilita’, allego anche il video con le istruzioni passo passo

Una volta fatto, non dimenticatevi di inviarmi la vostra email per confermare l’apertura del conto.

Trovate i miei contatti qui:

Oppure dalla pagina Contatti sul sito

Cos’è il bail-in e come funziona

C’era una volta il bail-out. Ve lo ricordate? Prevedeva il salvataggio per linee esterne di una banca a rischio default, con denari pubblici. Poi, dal primo gennaio 2016, il cambio di passo: da allora, il salvataggio delle banche in crisi non avviene con i soldi dei contribuenti – ovvero con il cosiddetto bail-out – bensì con risorse interne alla banca, ossia con il bail-in. In sostanza, in caso di crack bancario sono chiamati ad aprire il portafoglio prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti e infine i depositanti con liquidità superiore ai 100 mila euro.

Lo ha stabilito la Bank Recovery and Resolution Directive (BRRD), che ha modificato radicalmente il modo di gestire i dissesti bancari nell’Unione Europea: la logica è evitare che il peso di un crack bancario ricada sulla totalità dei contribuenti, ma far sì che se ne faccia carico chi ha accordato la sua fiducia all’istituto, diventandone azionista o creditore.

Una chiamata all’assunzione di responsabilità per soci, obbligazionisti e correntisti, insomma. Ma, come vedremo, con qualche paletto.

Come funziona il bail-in

Il bail-in consente a chi si occupa del salvataggio della banca – nel nostro Paese la Banca d’Italia – di svalutare le azioni e i crediti e di convertire questi ultimi in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà o una nuova entità che ne porti avanti le funzioni essenziali.

Abbiamo parlato di azioni non a caso: come sottolinea la Banca d’Italia, innanzitutto “si sacrificano gli interessi dei ‘proprietari’ della banca, ossia degli azionisti esistenti, riducendo o azzerando il valore delle loro azioni”. Da qui in poi, il salvataggio interno segue una precisa gerarchia, in ordine decrescente di rischio dello strumento in cui si è scelto di mettere i propri denari.

Quindi:

  • gli azionisti;
  • i detentori di altri titoli di capitale;
  • gli altri creditori subordinati;
  • i creditori chirografari;
  • le persone fisiche e le piccole e medie imprese titolari di depositi per l’importo eccedente i 100.000 euro;
  • il fondo di garanzia dei depositi, che contribuisce al bail-in al posto dei depositanti protetti.

Ma la Banca d’Italia può decidere di non coinvolgere una determinata categoria, per evitare il panico tra i risparmiatori e sui mercati, facendo intervenire al loro posto il fondo di risoluzione.

In ogni caso, azionisti e creditori non potranno in nessun caso subire perdite maggiori di quelle che sopporterebbero in caso di liquidazione della banca secondo le procedure ordinarie. E comunque, chi si vede convertire un credito in azioni col tempo potrebbe recuperare il valore del suo investimento, se il risanamento della banca ha successo.

Chi è al sicuro in caso di bail-in?

Come spiega la Banca d’Italia, sono completamente esclusi dall’ambito di applicazione e non possono quindi essere svalutati né convertiti in capitale:

  • i depositi di importo fino a 100.000 euro;
  • le passività garantite, inclusi i covered bonds e altri strumenti garantiti;
  • le passività derivanti dalla detenzione di beni della clientela o in virtù di una relazione fiduciaria, come il contenuto delle cassette di sicurezza o i titoli detenuti in un conto apposito;
  • le passività interbancarie (esclusi i rapporti infragruppo) con durata originaria inferiore a sette giorni;
  • le passività derivanti dalla partecipazione ai sistemi di pagamento con una durata residua inferiore a sette giorni;
  • i debiti verso i dipendenti, i debiti commerciali e quelli fiscali purché privilegiati dalla normativa fallimentare.

Le passività non espressamente escluse possono essere sottoposte a bail-in, salvo scelta diversa da parte dell’autorità.

Qual è il rischio di imbattersi nel bail-in di una banca?

Non elevatissimo, se si sta accorti: i segnali premonitori della crisi di una banca di solito compaiono in modo progressivo e graduale, con conseguente copertura sui media. Vale comunque sempre la raccomandazione di tenere ben dritte le antenne sui rischi che si assumono acquistando un’obbligazione bancaria o depositando i soldi in banca.

Chi deposita più di 100 mila euro o compra un’obbligazione bancaria subordinata o senior non garantita deve essere ben consapevole che in questo modo diventa un creditore della banca. E deve essere ancor più sul chi-va-là nel caso in cui si veda proporre le azioni della banca. Purtroppo, nei casi di “risparmio tradito” l’ignoranza di queste nozioni di base rende in qualche modo complici di chi ci prende per fessi.

Consapevoli e responsabili delle proprie scelte: tenendo presente che non esiste né mai esisterà un rendimento potenziale privo di rischi.

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Piano di accumulo – Più efficace nei momenti di discesa

Quando è efficace un piano di accumulo?

la risposta che verrebbe da dare è la seguente: sempre.

in realtà ci sono due casi di mercato ipotetici nel quale un piano di accumulo non è così conveniente. Un mercato sempre in salita, nel quale sarebbe più conveniente investire tutto e subito, e un mercato sempre in discesa, nel quale sarebbe meglio non investire proprio.

Ma questi due casi ipotetici non sono possibili nel mondo reale, nella finanza di oggi. Oggi abbiamo mercato che fanno sali/scendi giornalmente, in modo più o meno accentuato.

Cosi, su richiesta di Federica, una ragazza che seguo, ho deciso di creare queste semplici spiegazioni sulla mia lavagnetta che utilizzo per le spiegazioni ai miei clienti.

Ovviamente, se doveste avere dubbi non esitate a chiedermi con un commento o via contatti che trovate sul sito.

Come primo caso, mettiamo quello di un mercato piatto.

In questo caso, investire tramite piano di accumulo o tutto in una volta non avrà nessuna differenza, in quando non ci saranno rendimenti. Ma anche qui ci troviamo di fronte a un mercato ipotetico, ben diverso da quella che è la realtà.

Nel mercato reale, avremo una situazione qui sopra illustrata. Dei momenti di rialzo, seguiti da momenti di ribasso, seguiti da momenti di rialzo, e così via. La particolarità del piano di accumulo si accentua allora, sfruttando la volatilità approfittandone dei momenti di ribasso per acquistare più quote, in modo da avere più valore quando il mercato si rialzerà.

Infatti, anche in caso di mercato volatile che torna allo stesso livello iniziale può comportare vantaggi. Come si vede qui sopra, il valore finale sarà sempre lo stesso. Ma con una differenza sostanziale. Avremo più quote rispetto ad un investimento sul mercato piatto.

Per evidenziare questa differenza, vi mostro l’ultima immagine, che a mio parere è la più esplicativa di tutte

Differenze tra gli indici S&P 500, Dow Jones, Nasdaq, Russell Index

Guida alla scoperta dei maggiori indici degli Stati Uniti: S&P 500, Dow Jones, Nasdaq Composite, Russell

Cos’è il Dow Jones Industrial Average (DJIA)

Comunemente noto come Dow Jones è l’indice storico della Borsa di New York, inventato da Charles Dow e dal socio Edward Jones nel 1896. L’indice rappresenta le prime 30 aziende del NYSE e tra esse troviamo Walt Disney Company, Exxon Mobil Corporation, Microsoft Corporation.

Inizialmente il Dow includeva solo 12 compagnie statunitense, ma per l’epoca rappresentavano una buona fetta dell’economia, che in prevalenza copriva il settore industriale e delle materie prime: gas, petrolio, zucchero, cotone, ferrovie, tabacco.

A partire dal 1928 l’indice ha raggiunto i 30 componenti che nel tempo sono variati ben 51 volte. L’ultima variazione è avvenuta il 26 giugno 2018, quando la Walgreens Boots Alliance Inc. ha sostituito la General Electric Company.

Come viene calcolato il Dow Jones. L’indice è ponderato in base al prezzo, quindi le azioni con maggiori quotazioni azionarie pesano di più all’interno del Dow Jones. Inizialmente la media veniva calcolata aggiungendo i prezzi delle 12 scorte del componente Dow e dividendo per 12. A causa di fusioni e scissioni, nel tempo sono state aggiunte divisioni e sottrazioni all’indice per tenere conto di queste variazioni.

Le maggiori società del Dow Jones attuale

  • The 3M Company.
  • Apple Inc.
  • The Boeing Company.
  • Johnson & Johnson.
  • JPMorgan Chase & Co.
  • Nike Inc.
  • McDonald’s Corporation.
  • Visa Inc.
  • Walmart Inc.

Cos’è il Nasdaq

Il Nasdaq è una Borsa con sede a New York in Times Square, l’acronimo sta per National Association of Securities Dealers Automated Quotation. La sua caratteristica peculiare risiede nel fatto di essere il primo mercato borsistico al mondo completamente basato su una rete di computer.

L’indice più famoso del mercato è il Nasdaq Composite Index che rappresenta oltre 3.300 azioni ordinarie tra cui: common stock, fondi comuni di investimento mobiliare (REIT), ecc.

Il Nasdaq Composite non fa riferimento solo a compagnie che risiedono negli Stati Uniti d’America, ed è questa una caratteristica che lo distingue notevolmente dagli altri U.S. Index.

Per calcolare il Nasdaq Composite Index si usa una metodologia di ponderazione della capitalizzazione di mercato. Il valore dell’indice è quindi pari al valore totale dei pesi delle azioni di ciascun titolo. Il totale viene regolato dividendolo per un divisore di indice, che ridimensiona il valore in una figura più appropriata. L’indice varia ogni secondo, ma il valore di riferimento di giornata è quello delle ore 16:16.

Cos’è l’Indice Standard & Poor’s 500 (S&P 500)

L’indice Standard & Poor’s 500 (S&P 500) è un indice ponderato delle 500 più grandi compagnie statunitensi quotate alla Borsa di New York, negli indici Nasdaq e Dow Jones presentati in precedenza. Esso è uno dei numerosi indici “coniati” dalla società di rating Standard & Poor’s.

Il criterio di scelta delle compagnie che ne entrano a far parte è molto semplice, le prime 500 per capitalizzazione di mercato, scelte dal Comitato di gestione dell’indice S&P 500.

L’indice è il miglior indicatore dell’andamento dei titoli azionari delle più grandi società USA quotate in borsa.

Il calcolo dell’indice S&P 500 è abbastanza semplice, basta sommare il capitale di mercato di ogni singola compagnia inserita nel benchmark. Per calcolare la ponderazione (il “peso”) di ciascuna compagnia all’interno del paniere, si prende la capitalizzazione di mercato della società e dividendola per la capitalizzazione totale di mercato dell’indice. Se, ad esempio, volessimo calcolare la ponderazione di Best Buy all’interno dell’indice, prendiamo la capitalizzazione di mercato della compagnia (18,79 miliardi di USD) e la dividiamo per la capitalizzazione dell’indice (22,68 trilioni di USD): ammesso abbiate una calcolatrice in grado di fare il calcolo.

L’indice S&P 500 si compone di sole azioni flottanti, cioè quelle che si possono pubblicamente acquistare e vendere in Borsa. Ogni qualvolta una compagnia aumenta o diminuisce il numero di azioni, l’indice si adegua per compensare l’immissione o il ritiro.

Il valore dell’indice S&P 500 si calcola con una formula in parte segreta, perché è necessario sommare i limiti di mercato rettificati di ciascuna società e dividere il risultato per un divisore noto solo ai gestori dell’indice.

Tutti gli indici S&P

Lo Standard & Poor’s 500 non è l’unico indice S&P, la famiglia è molto numerosa e conta ben 1200 indici. I principali sono:

  • S&P MidCap 400: società a media capitalizzazione;
  • S&P SmallCap 600: rappresenta compagnie a piccola capitalizzazione;
  • S&P Composite 1500: è l’unione degli indici S&P 500, MidCap 400 e SmallCap 600.

Quelli appena menzionati fanno tutti riferimento alle società quotate alla Borsa di New York, mentre gli altri sono globali ed abbracciano altri mercati.

Gli indici Russell 3000, 2000 e 1000

L’indice Russell 3000 comprende le prime 3.000 compagnie quotate negli USA per capitale di mercato. L’indice rappresenta circa il 98% di tutti i titoli azionari degli Stati Uniti d’America.

L’indice Russell 3000 è la sorgente da cui nasce l’intera famiglia degli Indici Russell, come:

  • l’indice Russell 1000 che rappresenta le prime mille compagnie quotate per capitale di mercato;
  • l’indice Russell 2000 che include all’opposto le 2.000 più piccole società quotate in borsa negli USA.

Per quanto riguarda la strategia, il Russell 3000 è completamente passivo rispetto all’andamento dei titoli che rappresenta.

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Andrai mai in pensione?

La credibilità di avere una pensione decente per noi ragazzi è sempre più bassa. Perché aspettare per pensare al tuo futuro?

Comparazione Costi Conti Correnti

Oltre alla solidita’ e alla sicurezza, la forza di Fineco e’ anche nei costi. Infatti, il conto personale e’ un conto senza spese, che non prevede canoni annui e che offre la maggior parte delle operazioni giornaliere in modo completamente gratuito (Clicca per sapere di piu’).

In questo articolo voglio mettere in comparazione i costi di Fineco con le altre realta’ bancarie, senza escludere i servizi delle Poste.

  1. Fineco vs Postepay vs Postepay Evolution
  2. Fineco vs Unicredit Conto Base vs Unicredit My Genius
  3. Fineco vs Intesa San Paolo
  4. Fineco vs Credem Conto Generico vs Credem Conto Base

Fineco vs Postepay vs Postepay Evolution

FinecoPostepayPostepay Evolution
Spese apertura del conto€ 0,00€ 10,00€ 20,00
Canone annuo€ 0,00€ 0,00€ 12,00
Costo carta di Debito€ 0,00€ 10,00€ 5,00
Costo carta di Credito19,95 annuiNon previstoNon previsto
Operazioni incluse nel canoneillimitateNon previstoNon previsto
Costo extra per operazioni non incluse nel canone€ 0,00Non previstoNon previsto
Prelievo contante > 99 euro in Italia€ 0,001 euro da ATM Postamat; 1,75 euro da ATM BancarioGratis da ATM Postamat; 1 euro da uffici postali abilitati; 2 euro da ATM bancario
Prelievo contante < 99 euro in Italia€ 0,801 euro da ATM Postamat; 1,75 euro da ATM BancarioGratis da ATM Postamat; 1 euro da uffici postali abilitati; 2 euro da ATM bancario
Prelievo contante estero€ 1,451,75 euro da ATM Bancario2 euro da ATM bancario
Bonifico SEPA€ 0,00Non previsto1 euro da app e online; 3,50 euro da ufficio postale
Bonifico SEPA istantaneo€ 0,00Non previstoNon previsto
Domiciliazione utenze€ 0,00Non previstoNon previsto

Fineco vs Unicredit Conto Base vs Unicredit My Genius

FinecoUnicredit Conto BaseUnicredit My Genius
Spese apertura del conto€ 0,00€ 0,00€ 0,00
Canone annuo€ 0,00€ 48,00€ 24,00
Costo carta di Debito€ 0,00€ 0,00€ 0,00
Costo carta di Credito19,95 annui40 annui40 annui
Operazioni incluse nel canoneillimitatelimitateIllimitate
Costo extra per operazioni non incluse nel canone€ 0,002,75 euro; 3,50 euro0 euro; 3,50 allo sportello
Prelievo contante > 99 euro in Italia€ 0,002 euro, 0 euro se sportello Unicredit2 euro, 0 euro se sportello Unicredit
Prelievo contante < 99 euro in Italia€ 0,802 euro, 0 euro se sportello Unicredit2 euro, 0 euro se sportello Unicredit
Prelievo contante estero€ 1,452 euro 2 euro
Bonifico SEPA€ 0,00€ 7,25€ 7,25
Bonifico SEPA istantaneo€ 0,0010 euro; 2,50 euro se verso Unicredit10 euro; 2,50 euro se verso Unicredit
Domiciliazione utenze€ 0,00€ 0,00€ 0,00

Fineco vs Intesa San Paolo

FinecoIntesa San Paolo
Spese apertura del conto€ 0,00€ 0,00
Canone annuo€ 0,00€ 0,00
Costo carta di Debito€ 0,006 annui
Costo carta di Credito19,95 annui60 annui
Operazioni incluse nel canoneillimitatelimitate; minimo 15 euro trimestrale
Costo extra per operazioni non incluse nel canone€ 0,001,60 euro
Prelievo contante > 99 euro in Italia€ 0,002 euro, 0 euro se sportello Intesa
Prelievo contante < 99 euro in Italia€ 0,802 euro, 0 euro se sportello Intesa
Prelievo contante estero€ 1,452 euro 
Bonifico SEPA€ 0,00€ 5,00
Bonifico SEPA istantaneo€ 0,000,04 per mille (min 0,60 – max 20)
Domiciliazione utenze€ 0,00€ 0,00

Fineco vs Credem Conto Generico vs Credem Conto Base

FinecoCredem Conto GenericoCredem Conto Base
Spese apertura del conto€ 0,00€ 5,00€ 5,00
Canone annuo€ 0,00€ 0,00€ 6,00
Costo carta di Debito€ 0,0013,97 annui€ 0,00
Costo carta di Credito19,95 annui39 annui39 annui
Operazioni incluse nel canoneillimitatelimitateIllimitate
Costo extra per operazioni non incluse nel canone€ 0,00€ 2,46€ 0,00
Prelievo contante > 99 euro in Italia€ 0,001,90 euro, 0 euro se sportello Credem1,90 euro, 0 euro se sportello Credem
Prelievo contante < 99 euro in Italia€ 0,801,90 euro, 0 euro se sportello Credem1,90 euro, 0 euro se sportello Credem
Prelievo contante estero€ 1,451,90 euro1,90 euro
Bonifico SEPA€ 0,00€ 1,25€ 0,58
Bonifico SEPA istantaneo€ 0,00Non previstoNon previsto
Domiciliazione utenze€ 0,00€ 0,00€ 0,00

Simulatore Piano di Accumulo

Al seguente link vi riporto un utile e semplice Simulatore di funzionamento di un Piano di Accumulo (PAC).


https://www.nef.lu/do.jsp?XDH=1360&XD=1311&LANGUAGE=IT&XDI=2&MAH=a736c121668dddc9066c5ffff34a1cef

 

Il calcolatore per verificare durata del PAC e valore della rata necessari a raggiungere un capitale di valore definito.

Esempio di un PAC al rendimento al 5% per 10 anni di versamenti con versamento mensile di soli 100 euro.

Nel secondo esempio invece, ipotizzeremo lo stesso rendimento, gli stessi versamenti ma con una durata di 35 anni, per evidenziare come il fattore tempo incide in modo notevole in questo strumento di investimento.

Cosa significano questi dati?

In parole povere, il simulatore del Piano di Accumulo da una rappresentazione grafica e numerica di cosa succede investendo una certa quantita’ di denaro in modo costante nei mesi e negli anni.

La barra di colore rosso rappresenta il capitale investito, mentre la barra di colore gialla rappresenta la rivalutazione del capitale investito. Ovvero, i rendimenti ottenuti dagli interessi.

Facile quindi e’ da capire come il fattore tempo gioca un punto fondamentale nel calcolo dell’interesse composto (leggasi anche montante).

Nell’esempio numero 1, a fronte di 12.000 euro versati in 10 anni (100 euro x 12 mesi x 10 anni), si riceveranno 3.499,21 euro di interessi, per un valore complessivo di 15.499,21 euro.

Nell’esempio numero 2, a fronte di 42.000 euro versati in 35 anni (100 euro x 12 mesi x 35 anni), si riceveranno 69.297,90 euro di interessi (PIU’ DEI VERSAMENTI EFFETTUATI), per un valore complessivo di 111.297,90 euro.