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Category Esempi Pratici

Piano di accumulo – Più efficace nei momenti di discesa

Quando è efficace un piano di accumulo?

la risposta che verrebbe da dare è la seguente: sempre.

in realtà ci sono due casi di mercato ipotetici nel quale un piano di accumulo non è così conveniente. Un mercato sempre in salita, nel quale sarebbe più conveniente investire tutto e subito, e un mercato sempre in discesa, nel quale sarebbe meglio non investire proprio.

Ma questi due casi ipotetici non sono possibili nel mondo reale, nella finanza di oggi. Oggi abbiamo mercato che fanno sali/scendi giornalmente, in modo più o meno accentuato.

Cosi, su richiesta di Federica, una ragazza che seguo, ho deciso di creare queste semplici spiegazioni sulla mia lavagnetta che utilizzo per le spiegazioni ai miei clienti.

Ovviamente, se doveste avere dubbi non esitate a chiedermi con un commento o via contatti che trovate sul sito.

Come primo caso, mettiamo quello di un mercato piatto.

In questo caso, investire tramite piano di accumulo o tutto in una volta non avrà nessuna differenza, in quando non ci saranno rendimenti. Ma anche qui ci troviamo di fronte a un mercato ipotetico, ben diverso da quella che è la realtà.

Nel mercato reale, avremo una situazione qui sopra illustrata. Dei momenti di rialzo, seguiti da momenti di ribasso, seguiti da momenti di rialzo, e così via. La particolarità del piano di accumulo si accentua allora, sfruttando la volatilità approfittandone dei momenti di ribasso per acquistare più quote, in modo da avere più valore quando il mercato si rialzerà.

Infatti, anche in caso di mercato volatile che torna allo stesso livello iniziale può comportare vantaggi. Come si vede qui sopra, il valore finale sarà sempre lo stesso. Ma con una differenza sostanziale. Avremo più quote rispetto ad un investimento sul mercato piatto.

Per evidenziare questa differenza, vi mostro l’ultima immagine, che a mio parere è la più esplicativa di tutte

La pensione per figli e nipoti? Si costruisce con il fondo pensione

Se ai genitori o ai nonni di una volta avessero detto di risparmiare per la pensione di figli e nipoti forse la proposta sarebbe apparsa alquanto strana. Oggi lo stesso consiglio farebbe tirare persino un respiro di sollievo. Il perché costruire loro una pensione di scorta è noto a tutti, un po’ meno forse il come.

Lo strumento mirato è il fondo pensione, al quale può aderire chiunque: lavoratori e non, studenti e persino minori. In quest’ultimi casi ci può pensare un genitore, iscrivendo il proprio figlio come fiscalmente a carico e avvalendosi del vantaggio fiscale della deducibilità dal proprio reddito IRPEF. Oppure nonni o zii possono aiutare un nipote, anche non a carico, fintanto che non è indipendente e in questo caso scatta la detassazione fiscale totale, oppure, un giovane lavoratore che ha ancora bisogno di un po’ di sostegno.

Tre storie possono chiarire meglio le idee:

  1. Sofia e Simone – figli fiscalmente a carico
  2. Pietro – nipote studente
  3. Isabella – lavoratrice non ancora del tutto autonoma.

Fondo pensione per minori a carico

La prima storia è quella di Sofia, 9 anni, iscritta ad un fondo pensione da quando ne ha 4 e di Simone, 5 anni, iscritto anche lui da 1 anno ad un fondo pensione. Entrambi sono aderenti come fiscalmente a carico della mamma Lucia e del papà Alfonso. Visto il lunghissimo orizzonte temporale a disposizione, per i propri figli hanno scelto un comparto azionario che offre dei rendimenti maggiori e, nel tempo, si compensano le normali oscillazioni dei mercati finanziari. Lucia e Alfonso versano ciascuno 100 euro al mese sia per Sofia che per Simone.

Questo il piano di risparmio attuato e le prospettive di accumulo.

Trattandosi di figli fiscalmente a carico, Lucia e Alfonso possono dedurre ogni anno dal reddito IRPEF (26.000 euro per lei e 32.000 euro per lui) i 2.400 euro versati, con un risparmio rispettivamente di 648 euro e di 912 euro annui.

Prendendo come prima tappa della vita il compimento dei 18 anni d’età, si stima che Sofia e poi Simone avranno accumulato nel fondo pensione quasi 40.000 euro. Essendo trascorsi gli otto anni di iscrizione necessari, potrà essere richiesto per qualsiasi esigenza fino al 30% di questo capitale, ad esempio per sostenere le spese per gli studi universitari.

Un altro ipotetico traguardo potrebbe essere all’età di 32 anni, quando si è raggiunta una maggiore stabilità lavorativa e familiare. Sofia e Simone saranno propensi ad acquistare la loro prima casa e in questo caso potranno contare su un capitale di 89.000 e richiederne fino al 75%.

Il tempo regalato dai genitori è utile non solo per la maturazione degli anni necessari per richiedere anticipazioni di quanto accumulato nel fondo pensione. L’aliquota fiscale del 15%, già di per sé agevolata rispetto a quelle IRPEF, che viene applicata al momento dell’erogazione della pensione integrativa diminuisce dello 0,30% all’anno a partire dal quindicesimo anno di iscrizione, scendendo fino al 9%. Nel caso di Sofia e Simone questo requisito temporale è di gran lunga soddisfatto.

Lucia e Alfonso, infine, hanno regalato ai propri figli un investimento prezioso che gli permetterà di risparmiare ogni anno sulle tasse, migliorerà la loro vita una volta in pensione e a sua volta proteggerà le loro famiglie.

Fondo pensione per il nipote studente universitario

Un’ altra storia è quella di Pietro e dei suoi nonni Mario e Luisa. Pietro frequenta il primo anno di giurisprudenza a Bologna. Il suo sogno è quello di diventare avvocato e, come si sa, si tratta di un percorso impegnativo, per il quale l’indipendenza economica spesso si raggiunge in età più tarda rispetto ad altre professioni. Inoltre, dal punto di vista pensionistico, i liberi professionisti hanno ancora più bisogno di integrare la pensione pubblica rispetto ai lavoratori dipendenti.

Mario e Luisa hanno quindi deciso di aiutare il nipote facendolo iscrivere ad un fondo pensione e regalandogli ogni anno 3.000 euro da versare.

In questo caso non si tratta di un soggetto fiscalmente a carico e scatta un altro vantaggio fiscale. Pietro, infatti, non ha un reddito IRPEF per dedurre i contributi e potrà godere della loro detassazione totale, cioè, non saranno tassati alla fine in fase di erogazione della pensione integrativa. Ogni anno dovrà comunicare al gestore del fondo che i 3.000 euro non sono stati dedotti. Dal momento in cui lavorerà, invece, comincerà a risparmiare sulle imposte IRPEF per quanto versato fino a 5.164, 57 euro annui e rientrerà, quindi, nel regime fiscale generale della previdenza integrativa.

Dai 18 anni ai 30 anni ecco il suo risparmio previdenziale:

  • 36.000 euro di contributi non dedotti che saranno esenti fiscalmente al momento dell’erogazione della pensione integrativa
  • 41.700 euro di capitale grazie ai rendimenti ottenuti con gli investimenti
  • nell’anno in cui ha iniziato a contribuire lui stesso, iniziando con 1.000 euro annuali, a fronte di un reddito lordo di 22.000 euro, ha risparmiato 270 euro di imposte IRPEF grazie alla deducibilità.

Fondo pensione per un giovane lavoratore

La storia di Isabella, 24 anni, è comune a molti suoi coetanei. Isabella ha ancora una carriera discontinua e lo stipendio che percepisce non le consente di accantonare con costanza i contributi nel fondo pensione.

Su consiglio dei suoi genitori Isabella è iscritta ad un fondo pensione da circa tre anni e quando può contribuisce lei stessa. I genitori, dal canto loro, la sostengono regalandole 2.000 euro all’anno da destinare al fondo pensione.

Nel corso del 2018, a fronte di un reddito IRPEF dichiarato di 16.000 euro e di 200 euro versati da Isabella e i 2.000 euro “versati” dai genitori ha risparmiato grazie alla deducibilità fiscale ben 540 euro.

Il fondo pensione è uno strumento unico con cui si possono aiutare i propri figli o nipoti, regalando loro non solo una pensione integrativa, ma anche del tempo prezioso e la cultura del risparmio.

Articolo originale

Deduzione fiscale: fondo pensione e 730

La dichiarazione 730 precompilata, già eventualmente modificabile dal 2 maggio, potrà essere inviata fino al 23 luglio 2019.

Per chi ha ancora qualche dubbio rispetto alla deducibilità dei contributi versati dal fondo pensione di seguito troverà dieci casi più frequenti.

Nel Quadro E, relativo agli oneri e spese, sono indicati gli importi che danno diritto a una detrazione d’imposta e alla deduzione fiscale. Nel primo caso si tratta, ad esempio, delle spese sanitarie o dei premi pagati per l’assicurazione sulla vita alle condizioni previste. Le spese deducibili, invece, sono quelle che possono essere sottratte dal reddito complessivo, diminuendolo, con un conseguente risparmio IRPEF.

Chi è iscritto alla previdenza complementare e ha contribuito al proprio fondo pensione nel corso del 2018, quest’anno può portare in deduzione quanto versato dal reddito dichiarato. In particolare, dovrà indicare nella sezione II “contributi per previdenza complementare” gli importi corrispondenti.

Vediamo qualche esempio per approfondire tutto quello che c’è da sapere sulla deduzione fiscale dei contributi per la previdenza complementare.

  1. Leonardo, lavoratore dipendente di 45 anni che ha versato contributi entro il limite annuale di deducibilità di 5.164,57 euro annui
  2. Beatrice, medico libero professionista di 38 anni che ha versato contributi oltre il limite di deducibilità di 5.164,57 euro annui
  3. Carolina, trentaquattrenne impiegata in un’azienda privata che ha versato contributi anche per suo figlio fiscalmente a carico
  4. Virginia, avvocato di 29 anni in regime fiscale forfettario
  5. Saverio, titolare d’impresa di 36 anni che ha cambiato fondo pensione nel corso del 2018
  6. Emilio, pensionato di 66 anni che ha versato contributi in favore di sua moglie fiscalmente a carico
  7. Giacomo, 31enne e lavoratore dipendente di prima occupazione
  8. Cristina, infermiera di 47 anni che nel 2010 aveva richiesto un’anticipazione del 30% di quanto accumulato e ha iniziato a reintegrarlo nel corso del 2018
  9. Renato, dipendente pubblico di 50 anni iscritto a due fondi pensione
  10. Noemi, impiegata di 27 anni che grazie ai versamenti nel fondo pensione di categoria rientra nel bonus Renzi.

Qual è il tuo caso?

1. Il 730 2019 di Leonardo: contributi entro il limite annuale di deducibilità

Leonardo ha 45 anni ed è un dipendente privato con un reddito annuo lordo dichiarato nel 2019 di 38.500 euro.

Nel corso del 2018 ha versato nel fondo pensione il suo TFR, che non è deducibile non essendo imponibile, e contributi personali per un totale di 5.000 euro, da compilare nella riga E27. Questi, rientrando nel limite di deducibilità  di 5.164,57 euro annui potranno essere integralmente dedotti.

Nella busta paga di luglio 2019 riceverà 1.900 euro di risparmio fiscale IRPEF.

2. La deduzione di Beatrice: versamenti annui oltre 5.164,57 euro

Beatrice è un medico libero professionista di 38 anni che nel 2018 ha versato nel fondo pensione, in un’unica soluzione, 6.500 euro. In questo caso può dedurre 5.164,57 euro, che è il tetto massimo di deducibilità annuale. A fronte di un reddito dichiarato di 67.000 risparmia di imposte IRPEF ben 2.118 euro. La parte eccedente di contributi versati nel fondo pensione, pari a 1.335,43 euro, godrà invece di un altro vantaggio fiscale: non sarà tassata in fase di erogazione della pensione integrativa. Questa, infatti, è soggetta ad una ritenuta con aliquota agevolata (cioè tra il 15% e il 9% a seconda del periodo di partecipazione al fondo pensione contro le aliquote IRPEF tra il 23% e il 43%) ma è in parte esente fiscalmente.

La base imponibile della pensione integrativa su cui è applicata la ritenuta non considera quanto è stato già tassato nelle fasi precedenti e risulta esente, quindi, quella parte di prestazione pensionistica formata da:

  • rendimenti già tassati in fase di accumulo
  • contributi che non sono stati dedotti fiscalmente

Beatrice, per avvalersi di questo ulteriore vantaggio dovrà quindi comunicare al suo gestore, entro il 31 dicembre 2019, di non aver dedotto 1.335,43 euro versati nel fondo pensione nel 2018.

3. Carolina e i versamenti per il figlio fiscalmente a carico

Carolina, impiegata in un’azienda privata di 34 anni e aderente da più di due anni ad un fondo pensione, ha iscritto anche suo figlio minore come soggetto fiscalmente a carico. Oltre a quanto versato nel fondo pensione per la sua posizione, può dedurre anche i contributi versati a favore del figlio Massimo, e questo anche se è a carico di Carolina per il 50% e per il 50% del marito.

Avendo versato complessivamente 3.600 euro (200 euro mensili per la sua posizione e 100 euro mensili per il figlio), portandoli in deduzione da un reddito lordo di 30.000 euro risparmia sulle tasse 1.192 euro.

4. Virginia, avvocato in regime forfettario

Virginia ha ventinove anni ed è un avvocato la cui attività professionale presenta i requisiti per accedere al regime fiscale forfettario, avendo un reddito dichiarato di 27.000 euro. Nel corso del 2018 ha versato 1.000 euro di contributi al suo fondo pensione che, non essendo deducibili fiscalmente, dovrà dichiarare al suo gestore come non dedotti.

In questo modo saranno esenti a scadenza in fase di erogazione della pensione integrativa (come nel caso di Beatrice per i contributi versati oltre il tetto massimo di deducibilità).

5. Saverio, ha cambiato fondo pensione nel corso del 2018

Saverio è un titolare d’impresa di 36 anni che nel corso del 2018 ha cambiato fondo pensione, trasferendo quanto accumulato in un prodotto più in linea che le sue nuove esigenze.

Come funzionerà la deduzione fiscale in questo caso? Nulla cambia rispetto alle regole ordinarie e quanto versato nel 2018 sarà deducibile nella dichiarazione 2019. Fino a marzo ha versato 1.000 euro nel vecchio fondo pensione e a partire da aprile fino a dicembre 2018 ha versato altri 6.500 euro. A fronte di un reddito di 69.500 euro risparmia 2.117 euro.

Il capitale trasferito, invece, non sarà deducibile perché versato e già dedotto negli anni precedenti.

6. Emilio in pensione e i contributi versati nel fondo pensione di sua moglie

Nel corso del 2018 ha versato per Anita 1.200 euro annui che gli fanno risparmiare 456 euro.

Nella busta paga di luglio 2019 riceverà 456 euro di risparmio fiscale IRPEF.

7. Giacomo lavoratore di prima occupazione

Giacomo è un trentunenne impiegato in una grande azienda da sei anni. E’ considerato “lavoratore di prima occupazione” perché all’età di 25 anni è stato assunto per la prima volta e di conseguenza solo da quella data ha una posizione contributiva obbligatoria presso l’INPS. Questa categorizzazione è molto utile per lui che in quell’occasione si è iscritto ad un fondo pensione. Giacomo, infatti, come tutti i lavoratori alla loro prima occupazione, può godere di un vantaggio fiscale maggiore.

Fermo il limite di deducibilità ordinario di 5.164,57 euro , a partire dal sesto anno e per i vent’anni successivi aumenta e può essere superato di 2.582,29 euro annui. La deducibilità totale ammonta, quindi, a 7.746,86 euro.

Giacomo, quindi, può iniziare da quest’anno ad avvalersi di questo vantaggio fiscale:

  • nei primi 5 anni di iscrizione Giacomo non ha sfruttato l’intero tetto di deducibilità ordinario a disposizione, perché nei primi tre anni è riuscito a versare 3.000 euro all’anno e negli ultimi due anni ne ha versati 4.000 all’anno. La parte di deducibilità non sfruttata, quindi, costituisce il suo bonus che può dedurre a partire da quest’anno e negli anni successivi, fino a 2.582,25 euro per ciascun anno.
  • ha quindi accumulato come bonus da diluire per i vent’anni successivi  8.822,85€ (2.164,57€ x 3 + 1.164,57 x 2)
  • a partire da quest’anno Giacomo utilizza 1.000 euro tra quelli a disposizione di bonus, perché nel 2018 ha superato il limite di deducibilità ordinario versando 6.164,57 euro.

Ogni anno Giacomo potrà sfruttare il bonus di  2.582,29€, fino a esaurimento, per la parte versata eccedente il tetto ordinario. Il prossimo anno avrà ancora un bonus di 7.882,85 euro. Se per un anno non dovesse riuscire a versare più di 5.164,57€, ha ben 20 anni a disposizione per usare tutto il bonus addizionale.

8. Cristina e la sua richiesta di anticipazioni del 30%

Cristina è un’infermiera di 47 anni che nel 2010 aveva richiesto il 30% di quanto accumulato nel fondo pensione per fare il viaggio da sempre sognato con il suo compagno Claudio. A partire dal 2018, con l’aiuto di Claudio, ha deciso di cominciare a reintegrare quelle somme, cominciando con i primi 6.000 euro. Inoltre, ha contribuito durante l’anno con 100 euro mensili.

In questo caso anche i versamenti effettuati per reintegrare le somme anticipate sono deducibili e concorrono a determinare il limite di 5.164,57 euro. Inoltre, su quanto versato oltre questo tetto (pari a 2.035,43 euro nel caso di Cristina) e dichiarato espressamente al gestore come reintegro delle anticipazioni, è riconosciuto un credito d’imposta pari all’imposta pagata (aliquota del 23%) al momento della fruizione dell’anticipazione, proporzionalmente riferibile all’importo reintegrato.

9. Renato ha due fondi pensione

Renato è un dipendente pubblico di 50 anni iscritto a due fondi pensione differenti per diversificare al meglio il proprio piano di investimento previdenziale. La deducibilità fiscale dei contributi versati annualmente alla previdenza complementare è riferita alla persona e al suo reddito IRPEF, no al fondo pensione sottoscritto, di conseguenza il limite resta quello ordinario di 5.164,57 euro annui.

10. Noemi e il bonus Renzi grazie alla deducibilità

Noemi ha 27 anni e lavora come impiegata in una grande azienda di telecomunicazioni. Nel corso del 2018 ha svolto molte ore di lavoro straordinario che quindi la farebbero rientrare nella fascia di reddito superiore ai 24.600 euro, perdendo così parte del beneficio bonus Renzi. Quanto ricevuto in eccesso lo dovrebbe restituire a dicembre 2019 (conguaglio).

Noemi, però, è iscritta al fondo pensione chiuso di categoria, dove versa i contributi anche il suo datore di lavoro, per un totale di 2.550 euro annui per il 2018 da portare in deduzione. Questo consente di abbattere il reddito IRPEF, calcolato automaticamente dal suo datore di lavoro, e di rientrare nella fascia che le da diritto nuovamente al bonus 80 euro integrale.

Questo meccanismo vale nei fondi pensione chiusi o aperti ad adesione collettiva perché a gestire la contribuzione, anche ai fini fiscali, è direttamente il datore di lavoro.

Chi ha scelto quest’anno il suo fondo pensione potrà dedurre quanto versato dal reddito IRPEF nella dichiarazione del 2020.

Per chi non lo avesse ancora fatto, c’è tempo fino a dicembre 2019 per aderire ad un fondo pensione e risparmiare sulle tasse del prossimo anno.

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Polizze Vita: perchè dovresti utilizzarle

Utilizzare le polizze vita nell’attività di gestione e pianificazione è davvero un modo per acquisire vantaggi (non solo fiscali) per il tuo futuro finanziario, quello della tua famiglia o della tua impresa.

Gli strumenti assicurativi infatti sono efficaci per la protezione e pianificazione  patrimoniale.
La loro flessibilità permette di svolgere differenti funzioni previdenziali e successorie, e al contempo, consente di sfruttare al meglio tutta una serie di vantaggi civilistici e fiscali.

Se però stai cercando uno strumento che ti porti ad un rendimento “mordi e fuggi” oppure hai necessità di avere un salvadanaio da “rompere” in caso di bisogno, è meglio che ti orienti su altro.

Questo perché conoscere le polizze Ramo Vita (o Ramo I, cioè le polizze sulla durata della vita umana) e inserirle in una gestione di portafoglio, implica la necessità di farti riflettere sul tuo domani, su quello dei tuoi figli o sul futuro dell’attività di famiglia, sulla necessità di valorizzare e consolidare il patrimonio che si erediterà o che si è già ereditato.

Case Study

Di recente, un mio cliente, di professione commerciante,  mi ha chiesto in che maniera può tutelare il patrimonio della sua famiglia, composta dalla moglie imprenditrice con la quale ha stabilito la comunione dei beni e da due figli, entrambi studenti universitari.

L’obiettivo della pianificazione è quello di tutelare i beni mobili, immobili e anche i figli.

Oltre alla loro casa di proprietà, il mio cliente possiede una casa al mare e posizioni finanziarie per un controvalore di 200 mila euro.

Quali sono le possibili soluzioni?

Valutando la situazione, ci può essere più di una soluzione:

  • Ho proposto due polizze a vita intera incrociate con  beneficiari i coniugi, in mancanza dei figli.
    Come si può intuire, questa tipologia di polizza ha finalità/scadenza collegata all’evento morte dell’assicurato, inoltre, il capitale assicurato sarà sempre e comunque attribuito ai beneficiari indicati nel contratto. Sono impignorabili e insequestrabili e proprio per questi motivi, il patrimonio finanziario è protetto.
  • Due polizze TCM (temporanea caso morte) incrociate con beneficiari i coniugi.
    E’ una soluzione efficace a livello di ottimizzazione fiscale, sia dal punto di vista assicurativo, finanziario ed anche successorio.
    Utilizzando questa polizza si potranno coprire alcuni debiti nella successione del commerciante e di sua moglie imprenditrice, oltre a mettere a disposizione degli eredi quanto è necessario al pagamento delle imposte di successione. Questa polizza  prevede il pagamento di un premio (a rate annuali, semestrali, mensili o trimestrali), a fronte del quale la Compagnia assicurativa liquida tutto il capitale assicurato a chi viene scelto come beneficiario o beneficiari.
  • Fondo patrimoniale in cui conferire i due immobili, così da proteggere il patrimonio immobiliare
  • Testamento di marito e moglie con vincolo di destinazione della proprietà immobiliare ai due figli.  In questa maniera, si tutelano gli immobili anche in caso di decesso di uno dei due coniugi, il che comporta lo scioglimento del fondo patrimoniale
  • Scioglimento della comunione dei beni a favore della separazione

Quali sono i vantaggi delle polizze vita?

Proteggono il patrimonio

come abbiamo visto dal case study. Imprenditori o liberi professionisti utilizzano questo strumento per tutelare il patrimonio da eventuali aggressioni esterne. Inoltre  la loro caratteristica di impignorabilità e insequestrabilità aiutano ancora di più nella protezione del patrimonio (vedi art.1923 del Codice Civile, sez. III “Dell’Assicurazione sulla Vita” – “Le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare”)

Protezione in caso di morte dell’assicurato

La polizza temporanea caso morte potrà coprire eventuali debiti nella successione del mio cliente commerciante e di sua moglie imprenditrice, oltre a mettere a disposizione degli eredi quanto necessario al pagamento delle imposte di successione. Quindi, gestione attiva del patrimonio finché l’assicurato è in vita e i beneficiari ricevono liquidità in caso di decesso dell’assicurato

Efficienza gestionale

Il contraente può gestire e disporre totalmente del patrimonio durante tutta la sua vita. Può modificare i beneficiari, oppure prelevare tutto o solo una parte del proprio patrimonio conferito all’assicurazione. Inoltre può modificare il processo con il quale si decide in che modo distribuire le risorse fra diversi i possibili investimenti (asset allocation) a seconda del variare delle condizioni di mercato e/o al suo profilo di rischio

Ottimizzazione fiscale

Questi strumenti sono esenti dalla tassa sulla successione (art. 12 Decreto Legislativo n° 346/1990), caratteristica utilissima nella gestione del passaggio generazionale. Inoltre, le polizze vita sono anche eccellenti ottimizzatori dal punto di vista della fiscalità sulla differenza tra prezzo di vendita e prezzo di acquisto di un determinato strumento finanziario (capital gain).
In sostanza, al loro interno i guadagni  e le perdite vengono compensati anche se sono stati utilizzati strumenti finanziari diversi.

Copertura previdenziale

Al momento del pensionamento, le polizze possono garantire un capitale o rendita che potrà poi andarsi ad integrare al patrimonio o alla pensione.

Come dicono gli inglesi “Live now, do now”: non rimandare, pensa alla tua famiglia e alla tutela del tuo patrimonio.

Se però hai ancora dubbi e domande, puoi contare sulla mia consulenza.

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Le Polizze Long Term Care (LTC)

Long Term Care,  spesso snobbate, sono invece strumento di tutela molto importante considerato l’innalzamento della vita media, la percentuale e il numero di non autosufficienti e il  fatto di non poter più contare con certezza, come fatto dalle generazioni passate, sui/sulle figli/e, sulle nuore e sullo Stato.

L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa

In Italia, ci troviamo in questa situazione: il progressivo e crescente invecchiamento della popolazione unito al cambiamento della struttura per età (pochi giovani, più anziani) contribuisce ad accrescere lo squilibrio tra una sempre più elevata domanda di assistenza ed un’offerta finanziata tramite risorse pubbliche sempre più scarse.

Quindi, è cresciuto da un lato il numero di persone anziane che vivono sole o per le quali si sono attenuate, per motivi diversi, la possibilità tradizionali di aiuto e sostegno nell’ambito della famiglia, e dall’altro è aumentato il numero di persone esposte al rischio di perdere la proprio autosufficienza.

Questo insieme di fattori può generare una situazione tale da mettere a rischio il mantenimento di una buona qualità di vita anche nelle fasce con redditi medio alti.

Se poi si pensa alle coperture pubbliche previste dall’Inps per esempio per i liberi professionisti si comprende subito che ci sono dei limiti:

  • nessuna indennità di malattia, salvo convenzioni con casse/enti di categoria
  • requisito contributivo, in alcuni casi più severo
  • pensione di invalidità non operante per alcune categorie (es: farmacisti)
  • cancellazione dagli Albi professionali quale requisito per la pensione di inabilità

Visti gli evidenti limiti per le coperture pubbliche (negli ultimi 5 anni, infatti, c’è stato un calo della spesa sanitaria pubblica in relazione al PIL, che si è assestato al 6,70% nel 2017.), ci possono essere delle integrazioni in termini di copertura delle non autosufficienze e malattie gravi.

LE POLIZZE LONG TERM CARE

La perdita dell’autosufficienza è uno dei tanti costi al quale lo Stato non è in grado di far fronte con le sempre più scarse risorse a disposizione, strutture iper affollate e, a volte, mal gestite.
Ormai è assodato che si sta andando verso un sistema sanitario misto per poter offrire una copertura sanitaria adeguata a tutti i cittadini italiani. Solo nel 2017 gli Italiani hanno sborsato 40 miliardi per la spesa sanitaria privata.

Quindi anche la non autosufficienza diviene un aspetto da affrontare privatamente con l’aiuto di una copertura assicurativa.

Un altro fattore per il quale una copertura assicurativa sarebbe oggi  indispensabile è la forte percentuale di soggetti “single” non sposati o facenti parte di famiglie poco numerose. Chi si prenderà cura di queste persone quando, giunti a una certa età, a causa di un banale infortunio o di una malattia, si troveranno non autosufficienti?

So che può sembrare strano, ma sarebbero queste le domande da porsi anche a 30 anni.

Le polizze di ultima generazione LTC – Long Term Care nascono dall’esigenza di dare una copertura rischi, prima meno percepiti dai Clienti. Possono quindi presentarsi come soluzioni finalizzate esclusivamente a proteggere la perdita di autosufficienza, oppure come strumenti validi ad integrare la copertura di base prevista  dalla polizza a cui viene abbinata.

Queste polizze non coprono solo la non autosufficienza, ma anche la senescenza.

COSA COPRONO

La soglia di autosufficienza è rappresentata dal numero di ADL (Activities of Daily Living, cioè l’insieme delle azioni quotidiane) essenziali per l’autonomia della persona: mangiare, bere, vestirsi/spogliarsi, muoversi, ecc.
Se almeno 3 o 4 di queste attività vengono a  mancare in una persona, la LTC paga l’indennità, oppure anche in caso di malattia invalidante, vedi per esempio l’Alzheimer.

Ma allora, è uguale alla “Pensione di inabilità” dell’Inps?
No, perchè quest’ultima certifica l’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro, mentre la LTC interviene quando la persona è nell’impossibilità di compiere alcune funzioni fondamentali della vita quotidiana.

COSA NON COPRE

Periodo di carenza

ovvero il lasso di tempo che intercorre tra la data di stipulazione della polizza ed effettiva decorrenza della garanzia. Durante questo periodo, le garanzie non saranno operative, nonostante sia già stato corrisposto il premio di Assicurazione e quindi in pratica il Cliente, in caso di non autosufficienza, non verrà indennizzato.
In generale, non vi è nessun ritardo dell’effetto se la non autosufficienza è causata dall’infortunio.
Di norma, il periodo di carenza dura 1 anno, se la non autosufficienza deriva da malattia, e 3 anni se da malattia mentale.
Nel caso in cui la situazione di non autosufficienza si verificasse in questo periodo, la Compagnia non è tenuta a pagare le prestazioni, ma rimborserà il premio versato.

Condizioni preesistenti

ovvero se la malattia è l’espressione o la conseguenza diretta di situazioni patologiche insorte prima della stipulazione della polizza

Esclusioni specifiche

conseguenze di alcoolismo, abuso di droghe, oppure in casi di cure necessitate da situazioni di guerra o automutilazione

ETA’ MASSIMA DI INGRESSO

L’età massimo di ingresso in copertura può variare a seconda delle polizze.

Solitamente è prevista un’età massima di 65 anni.

Queste limitazioni si riferiscono solo all’età di ingresso in quanto, una volta entrati in garanzia, la polizza dura tutta la vita.

DURATA DEL PAGAMENTO DELL’INDENNITÀ

Anche se purtroppo il caso di non autosufficienza sia definitivo, potrebbe anche verificarsi che l’assicurato riprenda le proprie capacità (vedi per esempio le conseguenze di un grave incidente stradale).
Normalmente il pagamento dell’indennità viene sospeso alla perdita delle condizioni che lo determinavano.

RINNOVABILITÀ

Tutte le polizze sono automaticamente rinnovabili: la Compagnia ha il diritto di recedere dal contratto, tranne il caso in cui l’assicurato non abbia pagato il premio o abbia riportato dichiarazioni inesatte nel questionario sanitario che permette un’adeguata individuazione del rischio. La sua compilazione deve essere accurata, completa e veritiera. In caso contrario, la Compagnia potrebbe avanzare riserve sul pagamento delle prestazioni.

Nel caso in cui ci sia un aggravamento del rischio dell’assicurato, il premio non può essere aumentato.

BENEFICI FISCALI

Trattandosi comunque di una polizza vita, l’assicurazione Long Term Care prevede, come gli altri prodotti di questo genere, delle detrazioni fiscali sui premi versati. Ciò significa che una parte dei premi versati andrà a decurtare l’importo netto delle tasse da pagare, dopo l’applicazione dell’aliquota di riferimento all’ammontare dei nostri redditi.
Secondo il D.M 22/12/2000 sancisce che sulle polizze LTC stipulate dal 1° gennaio 2001, compete una detrazione nella misura del 19% su un importo massimo di premi di 1.291,14 €.

COME FARE AD AVERE UNA RENDITA VITALIZIA MENSILE A VITA INTERA DI 1.000€ IN CASO DI NON AUTOSUFFICIENZA?

SITUAZIONE: Immaginiamo una donna che al momento della stipula ha 40 anni e che accetta di pagare un premio per tutta la vita.

DURATA: vita intera
Prendendo a riferimento un prodotto LTC alle condizioni medie di mercato, per avere una rendita vitalizia mensile in caso di non autosufficienza di 1.000€ (12.000,00 € annui) il premio anno sarà di circa 482, 80€ (frazionabile anche in rate mensili)

TRATTAMENTO FISCALE: la detraibilità massima è del 19% dei premi versati, su un massimo di 1.291,14€ annui.
In questo caso la detraibilità effettiva sarà di 91,73€

In qualunque momento, dopo la stipula, si dovesse verificare un evento di non autosufficienza, l’onere del pagamento dei premi cessa e scatta la garanzia a vita intera.

POLIZZE LTC “AD ACCUMULAZIONE” E “A RIPARTIZIONE”

Faccio una premessa.
I modelli di polizze LTC proposti dal mercato prevedono:

  • vita intera a premi temporaneiIl premio viene pagato per un certo numero di anni di durata concordata, ma la copertura vale per tutta la vita. Il diritto di rendita si concretizza se l’assicurato perde l’autosufficienza e dura, con il persistere della stessa, fino alla sua morte.
  • a vita intera a premi a vita intera
    Il premio viene pagato per tutta la durata della vita dell’assicurato. Il pagamento viene interrotto al sopraggiungere della non autosufficienza, in cambio di una copertura che duri tutta la vita.

Ci può essere una clausola di riduzione che, se inserita, dà la facoltà al contraente di cessare il pagamento dei premi e di poter riscuotere, in caso di sinistro, una rendita di autosufficienza ridotta.
Per l’attivazione, è previsto un versamento per un periodo minimo di norma in 3 anni.

Esistono di tipi di copertura
“A RIPARTIZIONE” e “AD ACCUMULAZIONE”

La necessità di tutelare la propria salute e quella dei proprio cari è ormai un obbligo e spesso si sottovalutano le reali necessità.

Queste polizze sono spesso snobbate, sono invece uno strumento di tutela molto importante considerato l’innalzamento della vita media, la percentuale e il numero di non autosufficienti e il  fatto di non poter più contare con certezza, come fatto dalle generazioni passate, sui famigliari e sullo Stato.

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Simulatore Piano di Accumulo

Al seguente link vi riporto un utile e semplice Simulatore di funzionamento di un Piano di Accumulo (PAC).


https://www.nef.lu/do.jsp?XDH=1360&XD=1311&LANGUAGE=IT&XDI=2&MAH=a736c121668dddc9066c5ffff34a1cef

 

Il calcolatore per verificare durata del PAC e valore della rata necessari a raggiungere un capitale di valore definito.

Esempio di un PAC al rendimento al 5% per 10 anni di versamenti con versamento mensile di soli 100 euro.

Nel secondo esempio invece, ipotizzeremo lo stesso rendimento, gli stessi versamenti ma con una durata di 35 anni, per evidenziare come il fattore tempo incide in modo notevole in questo strumento di investimento.

Cosa significano questi dati?

In parole povere, il simulatore del Piano di Accumulo da una rappresentazione grafica e numerica di cosa succede investendo una certa quantita’ di denaro in modo costante nei mesi e negli anni.

La barra di colore rosso rappresenta il capitale investito, mentre la barra di colore gialla rappresenta la rivalutazione del capitale investito. Ovvero, i rendimenti ottenuti dagli interessi.

Facile quindi e’ da capire come il fattore tempo gioca un punto fondamentale nel calcolo dell’interesse composto (leggasi anche montante).

Nell’esempio numero 1, a fronte di 12.000 euro versati in 10 anni (100 euro x 12 mesi x 10 anni), si riceveranno 3.499,21 euro di interessi, per un valore complessivo di 15.499,21 euro.

Nell’esempio numero 2, a fronte di 42.000 euro versati in 35 anni (100 euro x 12 mesi x 35 anni), si riceveranno 69.297,90 euro di interessi (PIU’ DEI VERSAMENTI EFFETTUATI), per un valore complessivo di 111.297,90 euro.

Fondo pensione: quanto risparmia Alberto, 36 anni ingegnere?

Il fondo pensione è una forma di risparmio che, sfruttando il tempo a disposizione, permette di ottenere risultati importanti e nello stesso tempo di poter contare su una serie di vantaggi fiscali e flessibilità che aumentano con il passare degli anni.

Per spiegare quanto è possibile risparmiare con un fondo pensione, oggi vi raccontiamo la storia di Alberto che ha aderito alla previdenza integrativa qualche mese fa.

Aderire a un fondo pensione: vediamo la storia di Alberto

Alberto è un ingegnere, ha 36 anni e lavora da circa 3 in una grande azienda a La Spezia, città dove ha svolto i suoi studi. Ha acquistato la prima casa insieme alla compagna e ha costruito tutti i suoi interessi nella sua nuova città.

Essendo una città di mare, sua grande passione, quando può fa escursioni subacquee, alla fine della giornata lavorativa va due o tre volte a settimana in palestra e spesso va al cinema o a cena fuori in compagnia.

Lo stile di vita di Alberto è comune a molti suoi coetanei, così come le spese a cui deve far fronte: il mutuo, le bollette, la benzina per la macchina, ecc.

Alberto divide alcune spese con la sua compagna e può contare su un reddito annuo lordo di 34.000 euro, circa 1.800 euro netti al mese (per 13 mensilità).

 

Dopo aver considerato tutte le spese, anche quelle extra, gli rimangono quasi 700 euro al mese.

Alberto è contento della sua nuova vita e ama così tanto la sua situazione che vorrebbe assicurarla a lungo, decide quindi di pensare ad una sicurezza in più per il suo domani: sottoscrive un fondo pensione.

La previdenza integrativa: perché sceglierla?

Alberto ha scelto di investire in un fondo pensione perché è consapevole del fatto che la pensione pubblica non basterà per tutelare lo stile di vita desiderato.

Con 10 anni di lavoro alle spalle e un reddito attualmente di 34.000 euro si stima possa andare in pensione a 67 anni con una pensione pubblica pari al 59% del suo ultimo reddito percepito.

La pensione integrativa può ridurre questo gap previdenziale del 41%. Inoltre, è uno strumento vantaggioso fiscalmente, flessibile e offre una protezione completa.

Fondo pensione: il piano di risparmio di Alberto

Stimando un pensionamento a 67 anni di età, Alberto ha più di trent’anni a disposizione per investire. Sceglie quindi un comparto di tipo azionario, che nel lungo periodo offre delle performance statisticamente superiori rispetto a quelle dei comparti a componente obbligazionaria. Durante gli anni di contribuzione man mano che si avvicina il momento del pensionamento, Alberto potrà scegliere linee di investimento più prudenziali.

Altra decisione da prendere è quanto versare. Alberto ha deciso di versare il suo TFR anziché lasciarlo in azienda e 100 euro al mese, quindi 1.200 euro all’anno che possono essere dedotti dal reddito dichiarato ai fini IRPEF.

Pensione integrativa e il risparmio IRPEF

Grazie ai 1.200 euro versati nel fondo pensione, il reddito su cui verranno applicate le aliquote IRPEF, per determinare le imposte da versare, non sarà più pari a 34.000 euro ma 32.800 euro. Questo significa risparmiare ben 456 euro di tasse, che ad Alberto verranno restituite nella busta paga di luglio.

Al momento del pensionamento si stima che avrà accumulato nel fondo pensione un capitale di 176.000 euro. La pensione integrativa, quindi, gli permetterà di integrare quella pubblica di ben 635 euro mensili.

Alberto ha scelto oggi di pensare al suo domani con la previdenza integrativa, risparmiando nello stesso tempo sulle tasse ogni anno. Se nel frattempo le priorità dovessero cambiare, per esempio se arriva un figlio, potrà contare su uno strumento di risparmio flessibile e tutelato.

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Previdenza complementare e regime forfettario

Il regime forfettario cos’è? Si tratta di un sistema agevolato di tassazione rispetto a quella ordinaria IRPEF e che comporta una serie di semplificazioni contabili. A chi si applica? Il regime forfettario si applica agli imprenditori e ai liberi professionisti che esercitano un’attività in forma individuale e rientrano in una certa soglia di reddito.

Viene chiamato “forfettario” proprio per il modo in cui si determina il reddito da assoggettare ad un’unica imposta sostitutiva IRPEF al posto delle aliquote a scaglioni.

Per accedere a questo regime agevolato non c’è un limite legato all’età anagrafica o agli anni di attività, ma sono richiesti determinati requisiti.

Quali sono i requisiti e cosa comporta per la previdenza complementare l’accesso al regime forfettario?

Regime forfettario: requisiti 2019

Il requisiti per accedere al regime forfettario sono stati ampliati con l’ultima legge di bilancio per il 2019, portando la soglia dei ricavi o dei compensi annuali a 65.000 euro, per tutte le professioni senza più distinzioni. Questo limite vale sia per chi inizia una nuova attività e presume di non superare la soglia sia per chi già svolge un’attività d’impresa o una professione e non l’ha superata.

Per determinare il reddito da assoggettare all’imposta sostitutiva del 15% bisogna applicare ai ricavi o compensi percepiti il coefficiente di redditività previsto per l’attività o professione esercitata. Ad esempio, l’aliquota del 15% per chi esercita un’attività professionale sanitaria sarà applicata al 78% dei compensi percepiti.

Per chi inizia una nuova attività l’imposta sostitutiva scende al 5% per i primi cinque anni di attività se:

  • non è stata mai esercitata un’ attività d’impresa o professionale, anche in forma associata o familiare, nei 3 anni precedenti
  • l’attività da esercitare non sia una prosecuzione di altra attività precedentemente svolta, sia come lavoratore dipendente che autonomo, a meno che non si tratti di un periodo di pratica obbligatoria prevista per l’esercizio della professione
  • in caso di prosecuzione di un’attività svolta in precedenza da un altro soggetto, i relativi ricavi e compensi del periodo d’imposta precedente non devono superare la soglia prevista di 65.000 euro

Come si accede al regime forfettario?

Nel caso di lavoratori già in attività, il regime forfettario opera automaticamente, mentre per chi ne inizia una nuova e presume di rispettare i requisiti richiesti occorre comunicarlo nella dichiarazione di inizio attività – modello AA9/12. In ogni caso, chi ha i requisiti per accedere al regime forfettario ci può rinunciare in qualsiasi momento adottando il regime fiscale ordinario con l’obbligo della dichiarazione annuale IVA.

Regime forfettario: IVA e altre semplificazioni

Il regime forfettario comporta una serie di semplificazioni innanzitutto ai fini IVA. Infatti chi lo applica:

  • non addebita l’IVA in fattura ai propri clienti e non detrae l’IVA sugli acquisti;
  • non liquida l’imposta, non la versa, non è obbligato a presentare la dichiarazione e la comunicazione annuale IVA
  • non deve comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni rilevanti ai fini IVA (spesometro) né quelle effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cosiddetti black list
  • non ha l’obbligo di registrare i corrispettivi, le fatture emesse e ricevute ed è esonerato dall’obbligo della fatturazione elettronica

Inoltre, con il regime forfettario sono previste altre semplificazioni ai fini delle imposte sul reddito, come l’esonero dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili e dall’applicazione degli studi di settore.

Regime forfettario: detrazioni e deduzioni fiscali

Chi si avvale del regime forfettario sul reddito, viste le agevolazioni che comporta, non può sfruttare le detrazioni e le deduzioni fiscali previste nel regime ordinario. Può avvalersi, però, delle deduzioni e detrazioni fiscali a fronte di eventuali altri redditi su cui sono dovute le imposte IRPEF: un ulteriore reddito da lavoro dipendente o da locazione senza cedolare secca.

Previdenza complementare e regime forfettario

Quali sono le conseguenze per la previdenza complementare nel caso di lavoratore in regime forfettario? Tutti i benefici e le flessibilità legate alla previdenza complementare restano intatte tranne l’applicabilità della deducibilità fiscale dei contributi versati nel fondo pensione che rimane valida solo nel caso ci siano altri redditi soggetti a IRPEF ordinaria. Ma, anche per chi non ha potuto avvalersi della deducibilità dei contributi, è comunque prevista un’esenzione fiscale sulla prestazione pensionistica finale.

Vediamo come funziona l’esenzione fiscale della prestazione pensionistica finale.

La pensione complementare, quando viene erogata, è soggetta ad una ritenuta non solo con aliquota agevolata rispetto a quelle applicate normalmente sui redditi (cioè tra il 15% e il 9% a seconda del periodo di partecipazione al fondo pensione contro le aliquote IRPEF tra il 23% e il 43%) ma è anche in parte esente da tassazione. La base imponibile su cui è applicata la ritenuta d’imposta, infatti, non considera quanto è stato già tassato nelle fasi precedenti.

Risulta esente, quindi, quella parte di prestazione pensionistica formata da:

  • rendimenti già tassati in fase di accumulo
  • contributi che non sono stati dedotti fiscalmente

Esempi pratici a confronto: Paolo in regime forfettario integrale e Giulia e Davide in parte soggetti a IRPEF ordinario.

Gli aderenti in regime forfettario potrebbero non poter dedurre i contributi versati a forme pensionistiche complementari durante l’applicazione del regime, ma possono comunque avvalersi al momento dell’erogazione della pensione integrativa di un ulteriore vantaggio fiscale per tutti i contributi non dedotti.

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Pensione integrativa: quanto serve per mantenere un tenore di vita adeguato?

Stai pensando di aderire a un fondo pensione ma non sai con quanto contribuire? Per decidere l’importo da destinare alla previdenza integrativa è necessario innanzitutto capire l’utilità di questo strumento di risparmio di lungo periodo. La previdenza integrativa nasce con l’obiettivo di colmare il gap previdenziale, cioè la differenza tra la pensione pubblica e l’ultimo reddito percepito da lavoratore, consentendo di mantenere un tenore di vita adeguato anche da pensionati.

Partendo da questo presupposto, il primo passo per decidere quanto investire in un fondo pensione è calcolare l’importo della futura pensione pubblica e dell’ultimo reddito stimati.

La pensione sarà sufficiente o non consentirà di mantenere il tenore di vita desiderato?

Investire nel fondo pensione: due esempi concreti

Per comprendere quanto è possibile ottenere grazie alla previdenza integrativa è utile analizzare due esempi concreti, quello di Luca, giovane lavoratore, che ha aderito sin dall’inizio della propria carriera lavorativa ad un fondo pensione e quello di Anna, avvocato, che ha deciso di tutelare il proprio domani aderendo alla previdenza integrativa all’età di 40 anni.

Luca e Anna hanno calcolato quando andranno in pensione e scoperto la percentuale di ultimo reddito coperta dalla pensione pubblica: l’informazione e la consapevolezza sull’ammontare della futura pensione sono essenziali per capire quanto serve per mantenere un tenore di vita adeguato nel post lavoro.

Luca ha 26 anni ed è un neolaureato alla prima occupazione. Si stima che potrà andare in pensione all’età di 67 anni e 9 mesi, a ottobre 2059. La pensione pubblica di Luca rappresenterà solo il 63% dell’ultimo reddito percepito prima del pensionamento. Si tratta di una bella differenza.

Anna ha 40 anni ed è un avvocato. Si stima che potrà andare in pensione a 70 anni, nel gennaio del 2043. La pensione pubblica di Anna rappresenterà solo il 29% dell’ultimo reddito percepito da avvocato. Avrà un gap previdenziale pari al 71%.

Cosa possono fare Luca e Anna per mantenere un tenore di vita adeguato?

Investire nel fondo pensione: il fattore tempo e la capacità di risparmio

Per decidere l’importo dei contributi da versare nel fondo pensione è necessario prendere in considerazione due fattori: il tempo a disposizione e la capacità di risparmio.

Parlando di previdenza integrativa, prima si inizia maggiore sarà il risparmio. Coloro che aderiscono a un fondo pensione sin dall’inizio della propria carriera lavorativa possono contare su un lungo periodo di contribuzione grazie al quale potranno ottenere molto anche a fronte di versamenti contenuti ma costanti. Al contrario, coloro che non aderiscono fin dall’inizio della propria carriera lavorativa, dovranno prevedere versamenti maggiori al fine di ottenere la pensione integrativa desiderata.

Certamente ognuno deve fare i conti con la propria capacità di risparmio. Alcuni esperti consigliano di destinare alla previdenza integrativa il 10% della propria retribuzione lorda annua, altri invece consigliano di destinare ⅓ della propria capacità di risparmio. Quello che resta certo è la necessità di accantonare per tempo delle risorse per il post lavoro.

Riprendendo i due esempi, Luca ha deciso di tutelare il proprio domani aderendo a un fondo pensione versando 1.200 euro all’anno e destinando anche il proprio TFR.

Anna è un avvocato con un buon reddito, ma come tale percepirà una pensione pubblica bassa. Per tutelare il proprio tenore di vita ha deciso di aderire alla previdenza integrativa all’età di 40 anni, versando ogni mese 400 euro, per un totale di 4.800 euro all’anno.  

Grazie alla previdenza integrativa Luca potrà contare su una rendita integrativa di ben 10.032 euro annui, mentre Anna, pur iniziando più tardi, integrerà la propria pensione di ben 7.727 euro.

Quali altri vantaggi prevede un fondo pensione?

Flessibilità in fase di contribuzione e vantaggio fiscale

Le disponibilità economiche possono variare nel tempo. Pensiamo al caso di Luca, giovane lavoratore, le cui risorse possono potenzialmente aumentare nel tempo, oppure a un avvocato come Anna che, dopo qualche anno di partecipazione al fondo potrebbe dover far fronte alle spese per l’acquisto della casa.

Al fine di soddisfare le esigenze di tutti gli utenti, il sistema di previdenza integrativa prevede molta flessibilità in fase di contribuzione ossia la possibilità di variare nel tempo l’ammontare e la frequenza dei versamenti, fino anche a sospenderli.

Altro elemento da prendere in considerazione è il vantaggio fiscale della deducibilità dei contributi fino a ben 5.164,57 euro all’anno. Si tratta di un beneficio fiscale importante che, sottraendo i contributi versati nel fondo pensione dalla base imponibile del reddito sulla quale si applicano le aliquote IRPEF, permette di risparmiare sulle tasse ogni anno. L’importo restituito dallo Stato grazie alla deducibilità può anche essere “reinvestito” nel fondo pensione, contribuendo così alla costruzione della pensione integrativa.

Riprendendo l’esempio, grazie alla deducibilità Luca risparmierà ogni anno 324 euro di tasse e Anna ben 1.824 euro.

I dipendenti privati hanno un ulteriore possibilità in quanto possono contribuire al fondo pensione anche con il proprio TFR, come ha deciso di fare Luca, per esempio. Si tratta di un metodo di contribuzione che non pesa direttamente sulle finanze giornaliere dell’aderente in quanto, invece di essere accantonato in azienda, viene versato dal datore di lavoro ogni mese direttamente al fondo pensione.

Inoltre, destinare il TFR alla previdenza integrativa conviene in quanto è fiscalmente più vantaggioso e soprattutto tutelato.

Aderenti giovani o meno giovani, versamenti contenuti o consistenti, la previdenza integrativa è uno strumento di risparmio flessibile, fiscalmente vantaggioso e tutelato che ben si adatta a ogni profilo. La costanza è la chiave del successo e prima si inizia, maggiore sarà il risparmio.

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Il modo migliore per accumulare il TFR? Il fondo pensione!

Il TFR – trattamento di fine rapporto – accumulato dai lavoratori dipendenti rappresenta una risorsa preziosa in vista del futuro, soprattutto pensionistico. Si tratta di un tesoretto che matura e viene accantonato di mese in mese per ogni dipendente da parte del datore di lavoro, per una quota annuale pari a circa il 6,91% della retribuzione lorda, sempre su base annua.

Nell’odierno mercato del lavoro, caratterizzato da una elevata mobilità e discontinuità delle carriere, non è sempre facile riuscire a “mettere da parte” il proprio TFR in quanto, se lasciato in azienda, viene liquidato e tassato ad ogni cambio del datore di lavoro. Una volta ricevuto sarà più facilmente accessibile e utilizzabile anche per spese quotidiane, perdendo così il suo scopo previdenziale e di tutela per gli anni post lavoro.

TFR nel fondo pensione: la scelta più conveniente

I lavoratori dipendenti, hanno la possibilità, entro sei mesi dall’assunzione, di scegliere tra due opzioni:

  • lasciare il proprio TFR in azienda (in questo caso verrà liquidato e tassato ad ogni cambio di lavoro)
  • destinare il proprio TFR maturando alla previdenza complementare

Questa seconda opzione, risulta essere decisamente più vantaggiosa e non solo perché permette di accumulare il proprio TFR in un unico strumento.

TFR nel fondo pensione: cosa succede se cambio datore di lavoro?

Una volta scelto di destinare il TFR alla previdenza integrativa questo, in caso di cambio di lavoro non verrà liquidato ma continuerà ad essere gestito dal fondo pensione, generando rendimenti.

Successivamente, al momento di una nuova assunzione come lavoratore dipendente il TFR maturando riprenderà ad essere versato da parte del nuovo datore di lavoro alla propria posizione di previdenza integrativa. In questo modo sarà possibile accumulare in un unico strumento il TFR maturato nell’arco dei diversi periodi lavorativi.

TFR nel fondo pensione o TFR in azienda? Ecco l’ipotesi di Sabrina

Lasciando il proprio TFR  in azienda si rischia di sperperarlo nei momenti di transito da una posizione lavorativa all’altra o utilizzarlo per far fronte alle esigenze quotidiane. Inoltre, il TFR viene tassato ad ogni cambio di lavoro e questo comporta una diminuzione non indifferente del proprio risparmio.

Abbiamo ipotizzato l’esempio di Sabrina, 34 anni, che dopo essersi laureata in economia all’età di 25 anni ha dovuto fare i conti con una certa discontinuità lavorativa: dai 25 fino ai 28 anni ha lavorato come impiegata in banca; successivamente alla scadenza contrattuale ha trovato impiego come consulente presso una società di revisione dei conti e, infine, dall’età di 30 anni lavora come impiegata presso una compagnia di assicurazione (i primi due anni a tempo determinato con un reddito lordo pari a 24.000€ e poi a tempo indeterminato percependo un reddito pari a 26.000€).

Vediamo cosa sarebbe cambiato se, invece di destinare il TFR alla previdenza integrativa (come Sabrina ha saggiamente deciso di fare), avesse deciso di lasciare il proprio TFR in azienda, così da averlo liquidato ad ogni cambio di lavoro.

Come illustrato dal grafico, lasciando il TFR in azienda Sabrina avrebbe “perso”, ad ogni cambio di lavoro, una bella parte del suo TFR maturato a causa della tassazione applicata in fase di erogazione. Mentre, destinando il TFR al fondo pensione, Sabrina potrà contare sulla tassazione agevolata della previdenza integrativa che va da un massimo del 15% a un minimo del 9% sulla base degli anni di partecipazione al fondo e che le farà risparmiare un bel po’ di tasse.

TFR nel fondo pensione: restano ferme le flessibilità previste dalla previdenza integrativa

Nel caso di cambio o di perdita di lavoro, il sistema di previdenza complementare prevede la possibilità di richiedere il riscatto di quanto accumulato nel fondo pensione, comprese le quote del TFR. Si tratta di una possibilità prevista al fine di venire incontro alle esigenze di coloro che, a causa della discontinuità della propria carriera lavorativa, si ritrovino in difficoltà economiche e abbiano la necessità di accedere a quanto accumulato nel fondo pensione anche prima del pensionamento.  

Il TFR rappresenta una risorsa importante per tutti i lavoratori dipendenti. Versandolo ad un fondo pensione acquisterà ancora più valore potendo contare su un unico strumento in cui accumulare i propri risparmi e sulla tassazione agevolata tipica della previdenza integrativa.  

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