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Category Definizioni

Yield Curve: analisi e calcolo della curva Rendimento Obbligazioni

Cos’è la curva di rendimento (Yield Curve): scopri la relazione tra rendimenti delle obbligazioni e le scadenze, i tassi, il rapporto prezzo/rendimento, lo spread.

Obbligazioni: prezzi, rendimenti e curve


Il mondo delle obbligazioni(bond) è strettamente correlato a quello dei tassi d’interesse. In queste piccole percentuali è, infatti, racchiuso il segreto dell’investimento in titoli di Stato o nel debito di una società. Il legame forte fra i tassi d’interesse di una banca centrale e l’andamento dei titoli del debito pubblico di una nazione, fra i tassi d’interesse interbancari e il costo dei mutui accesi dai cittadini o dei prestiti chiesti dagli imprenditori è infatti imprescindibile per chi si accosta al mondo delle obbligazioni.
Il mercato valuta in ogni momento le attese sui futuri tassi di interesse nelle varie valute e nei vari settori e si orienta di conseguenza. La contrattazione continua di migliaia di miliardi di euro sui mercati obbligazionari globali attribuisce di conseguenza un rendimento ai vari titoli per ogni scadenza e fa da parametro di riferimento per ogni nuova asta del debito pubblico.
Per capire i meccanismi dei mercati delle obbligazioni bisogna monitorare almeno tre parametri fondamentali: il prezzo, il rendimento e la scadenza.

Yield Curve: la curva dei rendimenti

Il collegamento più immediato tra queste variabili è quello fra il rendimento e la scadenza: un grafico che ospita nell’asse delle ascisse le scadenze e nelle ordinate i rendimenti, prende il nome di Yield Curve, curva dei rendimenti. Se si congiungono i punti associati ai singoli rendimenti come in un gioco della Settimana Enigmistica, si ottiene questa curva che permette di rappresentare rapidamente un particolare contesto di tassi di interesse.

Curva dei Rendimenti del Treasury USA

Tendenzialmente un bond a scadenza trimestrale (per esempio) offrirà interessi inferiori a quelli di un bond trentennale, che richiede una immobilizzazione del capitale assai più lunga e quindi impone rischi maggiori. La curva dei rendimenti tenderà quindi a essere ascendente. Essendo poi la funzione che lega i tassi d’interesse (o rendimenti) alle scadenze una funzione di tipo logaritmico, le curve dei rendimenti tenderanno ad essere più inclinate all’inizio e dunque ad appiattirsi gradualmente su valori più elevati per le scadenze più lunghe. La crisi del debito pubblico di Paesi europei come la Grecia, la Spagna e l’Italia ha avuto proprio un effetto di questo tipo sulle rispettive curve dei rendimenti “ingobbendole” a causa della crescita del premio chiesto sul rischio di breve e medio periodo.

L’inversione della curva dei rendimenti

Se la situazione economico/politica di un Paese peggiora, il rischio di un investimento nei suoi titoli aumenta e con esso il rendimento che il Tesoro deve versare agli investitori per attrarli. Si ha dunque un incremento dei rendimenti di breve e medio periodo che tende ad alzare la gobba della curva dei rendimenti tendendo ad appiattirla su livelli più elevati. Può succedere persino che i tassi di breve crescano tanto da inclinare la yield curve (la curva dei rendimenti appunto) fino a renderla discendente. Si tratta ovviamente di una situazione paradossale in cui l’investimento di lungo periodo viene visto come meno rischioso di quello di breve.
In genere capita in un momento di crisi di uno stato o di un’azienda che i rendimenti di breve periodo si “ingobbiscano” ossia tendano ad appiattirsi avvicinandosi (al rialzo) a quelli delle scadenze più lontane. Altra situazione capace di generare l’inversione della curva dei tassi è quella in cui economisti e investitori prevedono una recessione, con conseguente scenario di debolezza dell’inflazione e dei profitti delle società. È il caso attuale degli USA.

Scheda1: Yield curve ( mm x mm)

Rendimenti negativi

Ancora più singolare è il caso dei rendimenti negativi: in pratica chi acquista obbligazioni invece di ricevere un compenso dall’emittente a fronte dell’investimento effettuato, “paga” l’emittente per poter acquistare le obbligazioni emesse da quest’ultimo. Si tratta di una situazione molto rara ed è causata principalmente da due fattori: bassa inflazione attesa e fortissima avversione al rischio da parte degli investitori, i quali si rifugiano in titoli sicuri. Esempio lampante sono i Bund emessi dalla Germania: attualmente tutta la curva dei rendimenti dei titoli tedeschi è sottozero.

Il concetto di spread

In questo gioco di curve che si impennano (prospettiva di tassi in crescita) e si appiattiscono o addirittura si inclinano (prospettiva di tassi in diminuzione) acquista un valore fondamentale il concetto di spread, ossia della differenza fra i rendimenti di due scadenze diverse. In pratica variando nel tempo sia i rendimenti che le scadenze lo spread è piuttosto un differenziale che una differenza vera e propria. Il concetto di spread riassume in un valore la congiuntura del momento: se lo spread tra le scadenze più lunghe e quelle più brevi aumenta è chiaro che è attesa una situazione di tassi in crescita. Se invece lo spread si accorcia è più probabile che i tassi di breve stiano crescendo (la diminuzione dei tassi di lunga scadenza è in genere, come detto, assai rara).

La relazione fra rendimento e prezzo

Il rapporto tra rendimento e prezzo è inverso: se l’uno cresce l’altro diminuisce. Un esempio può chiarire tutto.
Immaginiamo dei titoli con scadenza 1 anno che vengono emessi sotto la pari al 90% del montante che sarà restituito alla scadenza. Oggi compro 90 euro di bond per averne 100 euro alla data prefissata.
Lo sconto di 10 euro (che rappresenta la remunerazione dell’obbligazionista) è il rendimento in conto capitale che l’obbligazionista percepirà se terrà sino a scadenza l’obbligazione.
Se invece lo stesso titolo con scadenza a 1 anno viene emesso al 95% (ovvero a un prezzo più alto), compro 95 euro di bond per averne 100 euro alla data prefissata. Lo sconto (ovvero la remunerazione dell’obbligazionista) scende a 5 euro: un prezzo più alto dell’obbligazione dunque implica, a parità di altre condizioni, un rendimento più basso.
Lo stesso meccanismo si applica anche alle variazioni di prezzo che si registrano sul mercato secondario (dove le obbligazioni vengono scambiate dopo l’emissione): se il prezzo di un titolo a 1 anno sale da 90% a 95%, la remunerazione scende da 10 a 5 euro, dato che il valore di rimborso è sempre 100.  

Lo spread fra titoli di Stato di paesi diversi

Molto spesso quando si parla di spread nella cronaca finanziaria europea si fa riferimento, però, a un altro tipo di differenziale, ossia a quello tra un dato titolo di stato (per esempio il BTP decennale italiano) e il titolo di riferimento (detto anche benchmark) tedesco. Per convenzione, infatti, l’economia più forte del Vecchio Continente (quella tedesca appunto) fa da riferimento al resto del mercato in Euro in quanto, data la sua solidità, può offrire rendimenti più bassi agli obbligazionisti che rinunciano a interessi più corposi in cambio di una maggiore sicurezza.
Quando dunque si legge che lo spread BTP-Bund è salito a 217 punti base, si intende che la differenza tra il rendimento del BTP a 10 anni (quindi il titolo del debito italiano in scadenza tra dieci anni, ossia nel 2029) paga un interesse (un premio sul rischio) del 2,17% in più rispetto al corrispondente Bund a 10 anni tedesco. Un punto base è, infatti, uguale allo 0,01% per cui 217 punti base sono pari al 2,17 per cento. Per essere ancora più concreti e avere un ordine di grandezza significa che se il Bund in scadenza al 15 agosto del 2029 ha un rendimento del -0,68% il rendimento del corrispondente BTP a 10 anni (di quello con la scadenza più vicina) è del 1,49 per cento. Questo si traduce in miliardi di euro in più in interessi che ogni anno l’Italia deve pagare ai suoi creditori.

Scheda2: Altre curve dei rendimenti (298,3mm x mm)

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Non Performing Loans (NPL)

Come funzionano e quanto pesano sul sistema finanziario i crediti deteriorati delle banche

I crediti deteriorati delle banche, in inglese non-performing loan (NPL), sono dei prestiti la cui riscossione è considerata a rischio sotto diversi profili. Si tratta in genere di esposizioni degli istituti di credito verso soggetti che, per un peggioramento della propria situazione economica e finanziaria, non sono in grado di far fronte alle proprie obbligazioni e quindi di ripagare nei tempi o negli importi previsti le rate del proprio debito.

La Banca d’Italia suddivide gli NPL in tre principali categorie che rendono conto del processo di graduale deterioramento cui può andare incontro un credito: esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate, inadempienze probabili e sofferenze.

Le esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate sono dei crediti che sono scaduti o eccedono i limiti di affidamento da oltre 90 giorni e oltre una determinata soglia di rilevanza.

Le inadempienze probabili sono il gradino successivo, quello in cui la banca ritiene improbabile che il debitore adempia interamente ai propri obblighi contrattuali, a meno di azioni dell’istituto di credito come l’escussione delle garanzie.

Infine giungono le vere e proprie sofferenze, crediti verso soggetti in stato di insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili.

I casi possono dunque essere molto diversi e variare da una incapacità soltanto temporanea del debitore di far fronte ai propri obblighi, a situazioni di acclarata insolvenza. Durante il processo di deterioramento di un credito, la banca può anche ritenere più conveniente una ristrutturazione dell’esposizione. In tal caso vengono in genere modificate le condizioni contrattuali, per esempio con un riscadenziamento del debito o una parziale cancellazione dello stesso.

Va inoltre evidenziato che le banche che assistono al processo di deterioramento di un credito intervengono a supporto della propria posizione con svalutazioni e accantonamenti, riducendo dunque il valore del credito in bilancio (per avvicinarlo a quello ritenuto recuperabile) o accantonando risorse proprie a copertura di una esposizione a rischio crescente. Nasce da questo la distinzione dei non-performing loan in crediti deteriorati lordi e crediti deteriorati netti (ossia che escludono le svalutazioni e gli accantonamenti già effettuati in bilancio).
Il grado di copertura di un’esposizione deteriorata presente nel bilancio di una banca prende il nome di coverage ratio (o semplicemente coverage) ed è espresso in percentuale dell’esposizione nominale.
Se per esempio una banca vanta un credito (deteriorato) di 100 milioni di euro, ma per sicurezza ha accantonato 60 milioni di euro in bilancio temendo i rischi connessi al recupero, si dice che il valore nominale del credito deteriorato è di 100 milioni di euro e che il coverage ratio ammonta al 60 per cento. Chiaramente il livello di coverage medio di una inadempienza probabile è tendenzialmente più basso di quello di una sofferenza.

La crisi economica e finanziaria che ha colpito anche l’Italia tra il 2008 e il 2014 ha avuto pesanti effetti anche sui bilanci bancari in quanto le crescenti difficoltà di famiglie e imprese si sono riflesse in una loro minore capacità di ripagare i propri debiti. Questo ha comportato una crescita dei crediti deteriorati nei bilanci bancari e una maggiore fragilità degli stessi istituti di credito. Per anni i livelli elevati di NPL sono stati considerati una delle maggiori debolezze del sistema finanziario italiano e hanno spinto numerose banche ad avviare operazioni ordinarie e straordinarie di consolidamento. Primari istituti di credito italiani hanno cartolarizzato, anche con sistemi di garanzia pubblica ad hoc detti GACS, importanti portafogli di crediti deteriorati e hanno contemporaneamente varato imponenti aumenti di capitale. I regolatori nazionali e internazionali, oltre agli operatori di mercato, hanno infatti chiesto a più riprese una “pulizia” dei bilanci bancari con il duplice obiettivo di rafforzare il sistema del credito e di favorire i prestiti all’economia reale.

La cartolarizzazione di un credito deteriorato è lo strumento principale di intervento sulle poste finanziarie a rischio di un istituto di credito. Consiste nella cessione da parte della banca originaria, detta originator, del portafoglio di deteriorati a una società veicolo, detta Special Purpose Vehicle (SPV). Questa a sua volta emette titoli, si muniti che privi di rating, che vengono collocati a investitori professionali e ripagati con le somme recuperate dai crediti vantati. Chiaramente i crediti deteriorati vengono in genere ceduti a una somma assai inferiore al loro valore nominale, attualmente un valore del 30% o superiore del nominale è considerato accettabile o positivo, ma nel recente passato sono stati ceduti crediti anche al 18-20% del valore nominale. Per la banca è fondamentale all’atto della cessione raggiungere la quota più elevata possibile del valore nominale del credito.
Se per esempio una banca un portafoglio NPL di 100 milioni con un coverage del 60%, se il credito è ceduto al 25%, l’istituto di credito registra immediatamente una perdita netta del 15% del nominale ceduto (100%-65%-25%). Per portafogli importanti è stato spesso necessario per gli istituti italiani approntare degli aumenti di capitale anche importanti per far fronte alle perdite derivanti dalle cartolarizzazioni di crediti.

A loro volta i titoli cartolarizzati emessi da un SPV possono essere suddivisi in tranche di “qualità” decrescente fra senior, mezzanine e junior. Sui titoli di maggiore qualità (quindi più sicuri e dotati di un merito di credito investment grade) lo Stato Italiano ha previsto delle possibili garanzie pubbliche note come GACS e destinate a facilitarne il collocamento.

A inizio 2018 Banca Ifis calcolava che nel 2017 si erano registrate transazioni collegate ai deteriorati per ben 72 miliardi di euro e che per l’anno successivo se ne prevedevano per altri 57 miliardi di euro.

Nel suo Rapporto Mensile del luglio 2018 l’Associazione bancaria italiana (ABI) calcolava che le sofferenze nette (cioè al netto appunto di svalutazioni e accantonamenti) a maggio 2018 si erano attestate a 49,3 miliardi di euro con un calo di ben 37,5 miliardi di euro (-43%) sul dato del dicembre 2016 (86,8 miliardi). Il livello massimo delle sofferenze nette era stato raggiunto nel novembre del 2015 a quota 88,8 miliardi.

I risultati raggiunti, grazie alla ripresa economica e agli interventi di consolidamento delle banche, avevano anche portato il rapporto tra le sofferenze nette e gli impieghi totali (ossia il peso delle sofferenze nette sui prestiti totali delle banche) al 2,84% dal 4,89% di fine 2016.

Il bollettino mensile Banche e Moneta della Banca d’Italia relativo al mese di giugno 2018 (pubblicato all’inizio dell’agosto successivo) certifica che alla fine del primo semestre le sofferenze lorde complessive del sistema bancario italiano ammontavano a circa 131,7 miliardi di euro e avevano mostrato un calo del 26,1% su base annua (-10% a maggio) grazie a diverse operazioni di cartolarizzazione di elevato ammontare (per circa 32 miliardi di euro).

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Federal Reserve: La struttura, le funzioni e gli strumenti operativi

La banca centrale degli Stati Uniti, il Federal Reserve System, è stato creato nel 1913 con l’entrata in vigore del Federal Reserve Act ed è composto da un’agenzia centrale indipendente, il Board of Governors, basato a Washington D.C., e da dodici Federal Reserve Banks regionali, basate nelle principali città. I membri del Board of Governors sono nominati dal presidente degli Stati Uniti, e confermati dal Senato, con mandati di quattordici anni. Sempre il presidente degli Stati Uniti, con conferma del Senato, nomina tra i membri del Board il presidente e il vicepresidente, con mandati di quattro anni.

Le funzioni/obiettivi della banca centrale USA sono essenzialmente quattro: 1) condurre la politica monetaria al fine di favorire la piena occupazione, la stabilità dei prezzi e la moderazione dei tassi di interesse a lungo termine; 2) supervisionare e regolamentare le istituzioni bancarie al fine di assicurare la sicurezza e la solidità del sistema bancario e finanziario e di proteggere i diritti dei consumatori in materia di credito; 3) mantenere la stabilità del sistema finanziario e contenere il rischio sistemico che potrebbe sorgere dai mercati finanziari; 4) fornire servizi finanziari a banche, governo degli Stati Uniti e istituzioni ufficiali estere, incluso l’esercitare un ruolo primario nella gestione del sistema dei pagamenti.

Gli strumenti di cui la banca centrale americana dispone per condurre al politica monetaria sono essenzialmente tre: le operazioni di mercato aperto, il tasso di sconto, gli obblighi di riserva. Il Board of Governors è responsabile per i secondi due strumenti, mentre la responsabilità per le operazioni di mercato aperto ricade sul Federal Open Market Committee (FOMC). Quest’ultimo è composto dai membri del Board of Governors, dal presidente della Federal Reserve di New York, e da altri presidenti scelti a rotazione tra quelli delle rimanenti undici Federal Reserve Bank regionali. I membri del FOMC sono in totale dodici: il presidente del Board of Governors è anche presidente del FOMC, mentre il presidente della Fed di New York ricopre la carica di vicepresidente.

Il FOMC si riunisce regolarmente otto volte l’anno per analizzare le condizioni dell’economia USA e determinare l’impostazione di politica monetaria adeguata a perseguire gli obiettivi del Federal Reserve System. Questo compito viene assolto mediante la fissazione dell’obiettivo del tasso di interesse sui Fed Funds, ovvero il tasso di interesse cui le istituzioni finanziarie intendono prestare (o richiedere) fondi sui conti detenuti presso la Fed. Le operazioni di mercato aperto (principalmente acquisti e vendite di titoli emessi dal Tesoro degli Stati Uniti) vengono quindi condotte su base pressochè giornaliera per bilanciare domanda e offerta dei fondi affinchè l’equilibrio venga raggiunto in corrispondenza del tasso obiettivo sui Fed Funds fissato dal FOMC.

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Borsa Tedesca: il Dax, il principale indice azionario

Come è composto il Dax, dove è quotato e quali sono gli orari di contrattazione. I titoli che ne fanno parte, i requisiti per entrare nel paniere e le revisioni annuali.

L’indice Dax (Deutscher Aktien Index) è composto dai 30 titoli tedeschi a maggiore capitalizzazione e liquidità quotati sul Segmento ‘Prime Standard’ della Borsa di Francoforte (Frankfurt Stock Exchange) e negoziati in continua sulla piattaforma Xetra.

Introdotto nel 1988, il Dax rappresenta il principale indice azionario della Borsa tedesca: gli scambi sui titoli compresi in questo indice rappresentano infatti l’80% del controvalore totale.

Orario

L’indice viene calcolato a partire dalle ore 9 del mattino fino alle 17,30. Dalle 8 del mattino fino alle 9 e dalle 17,30 fino alle 22, Deutsche Börse calcola l’indice X-Dax sulla base dei prezzi del future sul Dax. Il Dax 30 esprime la variazione delle quotazioni ponderate per il flottante. La base è il 30 dicembre del 1987 ed è pari a 1.000 punti. Dal 1 gennaio 2006 l’indice Dax viene calcolato ogni secondo. Essendo un indice di performance (ossia il cui rendimento è total return), con l’obiettivo di rispecchiare l’andamento dei ricavi del mercato nel suo complesso, nel suo calcolo confluiscono i pagamenti di dividendi e i ricavi dei diritti d’opzione.

L’Indice Dax viene utilizzato come base nel calcolo dei sotto indici Dax ex Financials e Dax ex Financials 30, che escludono i titoli appartenenti ai settori Bancario, Servizi Finanziari, Assicurazioni e Real Estate.

Requisiti per entrare nel paniere dei 30

I titoli inseriti nell’indice Dax vengono selezionati sulla base di criteri di capitalizzazione, volumi di negoziazione e altri criteri di verifica volti ad evitare l’assegnazione di un peso eccessivo all’interno dell’indice a poche società e possono appartenere sia ai settori tradizionali sia ai settori tecnologici.

E’ tuttavia necessario che la società sia quotata da almeno tre anni e che il flottante sia almeno pari al 15%. Verificati i criteri di eleggibilità (possesso di una sede legalmente registrata in Germania, ammissione al segmento ‘Prime Standard’ della Borsa di Francoforte, quotazione del titolo su Xetra, adempimento degli standard internazionali in materia di trasparenza), vengono valutati quelli di ammissione: il totale dei volumi scambiati su Xetra e sulla Borsa di Francoforte nel corso degli ultimi 12 mesi e la capitalizzazione delle azioni flottanti all’ultimo giorno di negoziazione del mese. Per il calcolo della capitalizzazione vengono considerate le azioni ordinarie, quelle privilegiate e le azioni di nuovo godimento.

I titoli del Dax

I titoli che attualmente fanno parte del Dax 30 sono: Adidas AG, Allianz SE, BASF SE, Bayer AG, Beiersdorf AG, Bayerische Motoren Werke AG, Continental AG, Covestro AG, Daimler AG, Deutsche Boerse AG, Deutsche Bank AG, Deutsche Post AG, Deutsche Telekom AG, E.ON SE, Fresenius Medical Care AG & Co KGaA, Fresenius SE & Co KGaA, HeidelbergCement AG, Henkel AG & Co KGaA, Infineon Technologies AG, Deutsche Lufthansa AG, Linde PLC, Merck KGaA, Muenchener Rueckversicherungs-Gesellschaft AG in Muenchen, RWE AG, SAP SE, Siemens AG, Thyssenkrupp AG, Vonovia SE, Volkswagen AG, Wirecard AG.

I comparti  più rappresentati sono le utilities, i beni e servizi industriali, il settore assicurativo, quello automobilistico, quello chimico e quello bancario. Le società di maggior rilievo sono E.On, Allianz, Siemens, Deutsche Bank e DaimlerChrysler.

Revisioni

Una volta all’anno l’indice Dax è soggetto ad un aggiustamento ordinario dei suoi componenti. Ogni tre mesi invece la composizione dell’indice viene rivista per un aggiustamento straordinario, in caso di variazioni di corso non dipendenti dal mercato, come ad esempio i pagamenti dei dividendi e le operazioni di capitale, fusioni, acquisizioni o fallimenti.

Altri Indici della Borsa Tedesca

Il listino tedesco comprende anche altri indici: l’M-Dax (che include i 50 maggiori titoli a media capitalizzazione dopo il Dax), il C-Dax (Composite Dax) che comprende tutti i titoli quotati all’FSE, il Tec-Dax, che raggruppa le prime 30 compagnie del comparto tecnologico, l’H-Dax, successore del Dax 100, che comprende i titoli del Dax, M-Dax e Tec-Dax, l’S-Dax (50 società small e medium cap)e l’Oko-Dax, nato nel 2007 che racchiude le prime 10 società che operano nel settore delle energie rinnovabili.

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Fondi comuni, andiamo a conoscerli in breve

I fondi comuni sono strumenti finanziari che permettono un investimento collettivo.
Praticamente l’investitore acquista le quote del fondo comune. Il denaro raccolto in questo modo da più risparmiatori viene poi investito dalla “Società di Gestione del Risparmio” (SGR) in obbligazioni, azioni e altri strumenti finanziari.
Ci sono delle commissioni da pagare: la commissione di ingresso, in percentuale alla somma investita nel fondo comune ed una commissione annua.
L’investitore parteciperà ai proventi in proporzione alle quote acquistate dallo stesso.

Fondi comuni monetari:
I fondi comuni monetari sono piccoli ma “sicuri” investimenti.
Questo perchè, secondo il funzionamento dei fondi comuni, la SGR investe i soldi raccolti in titoli di Stato italiani e esteri (comunque titoli in euro e non in valuta estera) e in obbligazioni con scadenze “prossime”.
Per cui, permettono di percepire piccoli interessi: non sono strumenti finanziari a lungo-medio termine, semmai depositi momentanei di liquidità, in attesa di acquisti importanti (ad esempio un immobile).

Fondi comuni obbligazionari:
Il fondo obbligazionario è un fondo comune di investimento che investe soprattutto in titoli obbligazionari.
Esistono molte categorie di fondi obbligazionari sul mercato.

Fondi comuni azionari:
I fondi comuni azionari sono fondi che investono esclusivamente in azioni.
A questo punto diventa lecito domandarsi: ma allora perchè non investire direttamente in titoli azionari?
Perchè tramite i fondi comuni azionari si possono acquistare decine di azioni, anzichè due, tre titoli azionari.
Inoltre bisogna tener conto della gestione del fondo che permette di investire anche in titoli esteri difficili altrimenti da raggiungere e difficili da acquistare se non si conoscono i vari mercati internazionali.

Fondi comuni bilanciati:
Il fondo comune bilanciato investe in un mix di obbligazioni, azioni e titoli di Stato, con una regola:
la quota investita in azioni (italiane e estere) è compresa tra il 20 e il 70%.
Le percentuali che saranno investite in azioni ed obbligazioni sono stabilite nel regolamento del fondo.
Normalmente la stessa SGR possiede più fondi comuni bilanciati con una percentuale differente dedicata all’investimento azionario.
Solitamente lo svantaggio di questi fondi sta nella difficoltà poi di valutare le differenze di performance offerte dalla parte azionaria e obbligazionaria.

Fondi di fondi:
Si tratta di fondi comuni di investimento di tipo aperto.
Il capitale è impiegato in parti di Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio (OICR), come fondi comuni e Sicav.
Si possono distinguere tra:
– monobrand, se i fondi che costituiscono il portafoglio sono della stessa società di gestione;
– multibrand, se il gestore utilizza Sicav e fondi di società terze.
I vantaggi di questo tipo d’investimento sono nell’ampia diversificazione che offrono: valute, prodotti, aree e persino gestori.
Gli svantaggi sono nei costi di sottoscrizione.

Fondi comuni etici:
I fondi comuni etici sono particolari investimenti in cui il gestore per le proprie scelte non tiene conto soltanto del fattore economico, ma anche appunto di quello etico.
Per questo motivo la Sgr (Società di Gestione del Risparmio) investirà in imprese e Stati più attenti alle conseguenze ambientali e sociali delle loro azioni.
Inoltre verranno escluse dall’obbiettivo di investimento società che operano, ad esempio, nel settore pornografico, di produzione di armi e sigarette.

Benchmark

I fondi comuni di diritto italiano hanno l’obbligo di indicare il benchmark, ovvero un parametro di riferimento, nel prospetto, una informazione che accresce il grado di trasparenza dell’investimento per il risparmiatore.
Inoltre devono confrontare sempre il rendimento del fondo con quello del benchmark nel prospetto, nella rendicontazione periodica e nella pubblicità.
Il benchmark è ovviamente rappresentativo del profilo rischio/rendimento atteso per il fondo e, in ultima analisi,dei mercati in cui è investito il patrimonio.
Il confronto fra il rendimento di un fondo comune e quello del benchmark, pur con tutti i limiti del caso, è un modo per valutare la gestione.
Quando il gestore cerca di battere il benchmark modificando i pesi del portafoglio a seconda delle aspettative, privilegiando alcuni titoli rispetto ad altri, si parla di gestione attiva.
Si parla invece di gestione passiva quando il fondo comune ha il suo rendimento indicizzato a quello del relativo benchmark. Viene pertanto definito index fund (fondo replica),visto che il suo portafoglio replica il paniere di titoli che è alla base del benchmark.
Esistono poi fondi a gestione quantitativa per i quali l’obiettivoè sì di battere il benchmark, ma il processo di selezione titoli (asset location) è totalmente affidato a elaborazioni matematiche, senza un’analisi degli emittenti. Il vantaggio dei fondi a gestione quantitativa sta nella ferrea disciplina dettata dalle elaborazioni matematiche e, quindi, nella mancanza totale di influenze psicologiche o emotive da parte del gestore del fondo.

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Mutui e prestiti, cosa indicano TAN e TAEG?

I mutui e i prestiti, lo sappiamo, hanno un costo. E questo costo si traduce nei tassi d’interesse applicati al finanziamento, che solitamente vengono riassunti in due acronimi: TAN e TAEG. Queste due sigle indicano il costo che l’istituto di credito ci fa pagare per
concederci la disponibilità immediata di una somma. In altre parole, quanto ci verrà effettivamente a costare il prestito richiesto.

Ma cosa significano esattamente? E, soprattutto, qual è la differenza? Scopriamolo insieme.

Il TAN: gli interessi puri rata per rata

Il TAN è il Tasso Annuo Nominale: è espresso in percentuale e rappresenta il tasso di interesse puro applicato al finanziamento. Si definisce “puro” perché in esso non rientrano altri costi legati al prestito, come le spese di gestione della pratica o le commissioni applicate. Il TAN è calcolato su base annua: tuttavia, non viene pagato tutto in una volta a fine anno ma viene applicato su ogni rata in scadenza (che generalmente ha periodicità mensile). Di conseguenza, più basso è il TAN, più leggere saranno le rate del prestito.

Dal momento che il TAN esprime solo il tasso di interesse applicato dall’istituto di credito, questo parametro non è sufficiente per il calcolo del costo complessivo di un prestito personale. Infatti, per permettere alla clientela di verificare l’effettiva convenienza di un finanziamento è stato creato il TAEG, o indicatore sintetico di costo, cioè un tasso fittizio che incorpora tutti i costi di un prestito.

Il TAEG: il costo reale del finanziamento

Con la sigla TAEG si intende il Tasso Annuo Effettivo Globale applicato al prestito. La funzione del TAEG è prettamente informativa e dà la possibilità di sapere con precisione quanto costerà in totale il finanziamento. Infatti, esso rappresenta la somma del TAN e di tutte le spese accessorie obbligatorie a carico del richiedente del finanziamento, quali:

  • le spese di istruttoria, necessarie per l’apertura della pratica;
  • le spese di incasso e gestione della rata;
  • imposta di bollo/sostitutiva sul contratto;
  • costo per le singole comunicazioni periodiche;

Non sono invece incluse in esso le imposte, le spese notarili, le spese di perizia ed eventuali penali o interessi di mora in caso di ritardo nel rimborso delle rate (dato che non si possono conoscere prima). Visto che il TAEG comprende anche il TAN, esso sarà sempre maggiore di quest’ultimo.

Dal momento che incorpora tutte le voci di costo del finanziamento, è il TAEG il parametro migliore per trovare il prestito più conveniente presente sul mercato.

Tag e Taeg: un esempio pratico

Il modo migliore per valutare la reale convenienza di un finanziamento è conoscere l’ammontare del TAN e del TAEG. Infatti, attraverso la percentuale espressa da questi due parametri è possibile capire a quanto ammonterà anche la singola rata di rimborso. Facciamo un esempio pratico.

Supponiamo che una finanziaria ci eroghi un prestito di 10mila € da restituire in 5 anni, con un TAN del 5% e un TAEG del 6,5%. Quale sarà l’importo di ogni singola rata?

I famigerati prestiti a “tasso zero”, c’è da fidarsi?

Molte volte capita di imbattersi in proposte di finanziamenti a “tasso zero”. Ma non bisogna illudersi, perché nella maggior parte dei casi il messaggio promozionale si riferisce al TAN e non al TAEG. Infatti, anche se il TAN dovesse risultare davvero pari a zero, il TAEG sarà comunque superiore a questo valore, stanti le spese accessorie che andranno in ogni caso a incidere sul costo del prestito.

In questo tipo di annunci, solitamente viene messo in evidenza solo il TAN: a ulteriore conferma del fatto che ci conviene controllare sempre anche il TAEG in maniera tale da assicurarsi veramente un prestito “zero sorprese”.

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Se stavi pensando a una surroga per abbassare i tuoi tassi e a sfruttare quelli nuovi piu’ bassi, contattami, e vedremo insieme quanto puoi risparmiare.

Rating: significato e funzionamento delle Agenzie di Rating

Il Rating è la valutazione della solvibilità di titoli e imprese. Scopri significato, tipologie e perché il giudizio delle agenzie di Rating è importante.

Definizione e significato di Rating

Il rating è un giudizio che viene espresso da un soggetto esterno e indipendente, l’agenzia di rating, sulle capacità di una società di pagare o meno i propri debiti.  Si tratta quindi di una valutazione sintetica del profilo di rischio di credito della società e riassume le informazioni quantitative e qualitative che la banca ha a disposizione sull’impresa, in relazione all’insieme delle informazioni disponibili sulla totalità delle imprese clienti e sul loro comportamento di rimborso nel corso del tempo.

Agenzie di Rating: chi sono e cosa fanno

L’agenzia di rating valuta dunque la solvibilità di un soggetto e cerca di attribuire oggettivamente un giudizio circa la capacità della stessa di generare le risorse necessarie a far fronte agli impegni presi nei confronti dei creditori. Tale giudizio è sottoposto a revisione periodica.
Le valutazioni delle agenzie di rating vengono utilizzate per il calcolo del rendimento dei titoli obbligazionarie, dunque, del costo del debito per gli emittenti. In altre parole, il rating rappresenta uno dei fattori che determinano il costo del prestito e le conseguenti condizioni di rimborso.
Il rating può aiutare gli investitori a monitorare il valore del proprio investimento nel tempo: l’eventuale downgrade di un emittente da parte di un’agenzia di rating rappresenta infatti un chiaro segnale di allerta ai mercati e ai singoli investitori che, diversamente, non avrebbero la capacità di rilevare tempestivamente la necessità di ristrutturare le proprie attività.

Tipologie di rating: credito, debito e country ceiling

Il rating di credito emesso sul debito di una società è però soltanto un tipo specifico di rating. Vi sono rating di credito internazionale che valutano i rischi, e quindi le spese, di un investitore che voglia trasferire nella valuta della propria nazione i titoli espressi nella valuta di un altro stato.
Vi sono poi i rating sul debito delle nazioni. Essendo gli stati i maggiori debitori in assoluto, le agenzie di rating valutano e classificano i titoli del loro debito in base alla capacità che gli stessi stati dimostrano di fronteggiarli.
Un altro tipo di rating è il cosiddetto “Country ceiling rating” che valuta i rischi di un investimento in uno stato che possa attuare delle misure per bloccare eventuali uscite di capitale dai propri confini. Con questo tipo di rating gli investitori possono valutare anche questo tipo di rischio. Appare evidente lo stretto legame che intercorre fra questi ultimi tre tipi di rating, ma esistono anche altri tipi di valutazione che le agenzie di rating sono capaci di emettere.

Come funziona l’emissione del rating?

Per emettere il giudizio sulla qualità del debito di una società l’agenzia di rating avvia una procedura che prevede l’analisi delle caratteristiche economico-finanziarie della società in questione. Viene quindi analizzato il bilancio in tutte le sue componenti e vengono analizzati parametri come la redditività dell’azienda, la sua capacità di produrre risorse e reddito, la remunerazione del capitale, i flussi di cassa, i rapporti fra i mezzi propri e il debito e così via.
Gli analisti dell’agenzia di rating devono infatti confrontare i parametri della società sotto esame con quelli delle altre società del settore in cui essa opera e devono quindi analizzare anche le caratteristiche del settore stesso e l’andamento del mercato. Oltre ai fattori quantitativi gli analisti di una società di rating devono cercare di valutare fattori qualitativi come l’affidabilità e le capacità del management dell’azienda e la credibilità dei progetti e degli obiettivi che la società sotto esame si è imposta.
In genere per garantire il corretto svolgimento di questa serie di analisi la società sotto esame si impegna a fornire tutte le informazioni e la documentazione necessarie alla stessa agenzia di rating compilando un questionario elaborato dall’agenzia di rating sulla base delle prime informazioni ottenute. Per avviare una corretta analisi delle attività, e dell’affidabilità, di una società è inoltre necessario che l’agenzia di rating consulti la “Centrale dei rischi” e monitori tutti i movimenti di denaro e le attività dell’azienda in oggetto. In una seconda fase gli analisti si recano in azienda per incontrare la dirigenza e valutare il suo operato: dopo aver incontrato i vertici aziendali gli analisti, completate le ultime procedure di controllo sui dati ottenuti, sottopongono una raccomandazione ad un comitato di credito, composto da specialisti di settore, dal direttore generale e dagli esperti del credito dell’agenzia. Il processo di attribuzione del rating dura solitamente 90 giorni ma i tempi possono essere accelerati per far fronte a particolari scadenze o altre esigenze.
Una volta stabilita la valutazione da assegnare e decisa la pubblicazione dei risultati, il rating è pubblicato per mezzo di un comunicato stampa sul sito dell’agenzia e tramite i principali mezzi di informazione finanziaria a livello mondiale.

Calcolo del rating:quali sono le scale di valori delle agenzie di rating?

Per la stima di un rating possono essere utilizzati due approcci, uno di tipo matematico-quantitativo e uno di tipo qualitativo. Quest’ultimo viene utilizzato dalle maggiori agenzie mondiali di fornitura della stima di rating, come Standard&Poor’s, Moody’s e FitchRatings, le quali utilizzano valutazioni non automatiche bensì valutazioni di esperti che analizzano un set informativo ampio e non rigidamente strutturato.

Il rating è assegnato contrassegnando la valutazione secondo diverse scale di valori che variano in base all’agenzia che si occupa di emettere il rating stesso. La scala dei valori che possono essere assegnati è comunque una scala alfabetica. Nel caso dell’agenzia Standard & Poor’s i giudizi variano da “AAA”, il giudizio che indica il massimo grado di solvibilità di una società, alla D che indica invece lo stato di una società insolvente. Nel caso dell’agenzia Moody’s la scala di valori è leggermente diversa e prevede come rating più basso una C. Poiché in base ai giudizi delle agenzie gli investitori retail e istituzionali valutano le loro strategie di allocazione del capitale alcune distinzioni molto importanti sono da segnalare. In genere un rating che giunga fino al limite minimo della tripla B (BBB) viene considerato un investment grade, ossia un investimento relativamente sicuro sul quale possono indirizzare i propri capitali anche gli investitori istituzionali come le grandi banche d’affari. Al di sotto di questa soglia un titolo acquista una rischiosità troppo elevata e perciò in genere le obbligazioni con un rating inferiore a BBB vengono chiamate speculative. Bisogna infatti osservare che tanto maggiore è il rischio che un investitore corre nell’acquistare un’obbligazione, tanto maggiore è il tasso d’interesse che questa paga. Per questo motivo i titoli più rischiosi sono anche i più redditizi.

Un’altra classifica tipicamente utilizzata dalle agenzie di rating prevede una divisione delle analisi su un arco temporale di breve, medio o lungo termine con una scansione che può andare da un periodo della durata di un mese a un periodo lungo anni. Avviene spesso che un’agenzia emetta due rating diversi su diversi periodi e che per esempio classifichi il debito di una società sul breve termine e sul lungo termine. Indicazioni importanti della gestione di una società possono derivare proprio dall’analisi della sua capacità di fare fronte sia alle esposizioni sul breve periodo o sia a quelle necessità intimamente collegate alla gestione ordinaria delle sue attività.

Scheda2: le scale di giudizio delle maggiori agenzie CORREZIONE ERRORE ( mm x mm)

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Melt-up e Melt-down: decifrare le fasi di mercato ed evitare di cadere nella trappola di rimbalzi ingannevoli

Con il termine “Melt-up” si definisce una fortissima ed inattesa performance di un asset sospinta dai flussi degli investitori che non vogliono correre il rischio di perdersi parte del rally – la cosiddetta FOMO – Fear of Missing Out – piuttosto che dal miglioramento dei fondamentali dell’economia.
Infatti, se ricordate negli ultimi mesi nulla sembrava scalfire i mercati, nè le tensioni tra Stati Uniti e Iran, nè i primi casi di coronavirus in Cina. Sembrava quasi che i mercati ignorassero qualsiasi cosa proseguendo incessantemente al rialzo.

E poi ovviamente, come ci si può attendere, il melt-up anticipa un melt-down. Come è facilmente intuibile, il Melt-down è un movimento violento del mercato nella direzione opposta rispetto a quello ascendente che ho descritto in precedenza che può comportare perdite ingenti per gli investitori”.
Nel grafico sotto vediamo proprio l’alternarsi di questi due fenomeni recentemente sul Nasdaq.

Qual è dunque il miglior approccio ai mercati in questa fase?

“Per quanto riguarda l’approccio ai mercati, tutti gli investitori devono prestare attenzione al fatto che correzioni violente sono intervallate da rimbalzi altrettanto forti ma che si esauriscono nel giro di poco tempo. Il pericolo è che questi movimenti contro-trend possano risultare ingannevoli poiché non rappresentano una vera e propria inversione e quindi occorre prestare molta attenzione. Infatti, la speranza e la fretta di cogliere il punto più basso della correzione può spingere a mosse avventate.
Per concludere, mi sento di dire che in molti hanno preferito seguire il trend ascendente degli ultimi mesi senza curarsi di alcuni segnali di pericolo, sperando forse nell’ennesimo intervento risolutivo delle banche centrali qualora fosse andato storto.
Infine, vorrei concludere dicendo che finchè l’incertezza e la paura che al momento dominano lo scenario globale non scenderanno, possiamo ancora attenderci mercati volatili e poco razionali.

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Che cosa sono le vendite allo scoperto

Dopo il giovedi nero delle borse (giovedi 12 Marzo 2020), sono tornate all’attenzione del mondo le vendite allo scoperto per il fatto che la Consob italiana e la Comision Nacional del Mercado de Valores, l’equivalente spagnola, le abbiano vietate nella giornata successiva, venerdi 13 marzo.

E le conseguenze si sono viste, considerato il forte rialzo delle borse (+7% e +4%), con un intraday che ha toccato anche il +18% per il Ftse Mib.

Ma che cosa sono le vendite allo scoperto?

La vendita allo scoperto (o short selling) è un’operazione finanziaria che consiste nella vendita di strumenti finanziari non posseduti  con successivo riacquisto. Questa operazione si effettua se si ritiene che il prezzo al quale gli strumenti finanziari si riacquisteranno sarà inferiore al prezzo inizialmente incassato attraverso la vendita. Nel caso in cui si verificasse, il rendimento complessivo dell’operazione sarà positivo; al contrario risulterà negativo se il prezzo dello strumento è aumentato.

Nel dettaglio, gli strumenti finanziari oggetto di Short Selling vengono prestati temporaneamente al venditore allo scoperto dalla banca o da un intermediario finanziario.
Solitamente, per il prestito suddetto, viene pagato un interesse annuale al broker in relazione alla durata in giorni dell’operazione di vendita allo scoperto. Oltre a pretendere l’interesse annuale stabilito (che può variare anche in base al singolo titolo), il broker richiede un margine di garanzia per l’operazione (ad esempio il 50% del controvalore scambiato).
La logica che sta dietro ad una operazione di vendita allo scoperto è invertita rispetto a quella di una normale operazione, la quale prevede prima l’acquisto e poi la vendita dello strumento e che può quindi essere utilizzata in fasi di discesa dei mercati.

La mappatura dei rischi, elemento chiave della propria serenità patrimoniale

Definizione generica di “rischio”: evento aleatorio, che ha una data probabilità di accadere e un dato impatto. Il rischio così definito potrebbe quindi avere sia un esito negativo (configurandosi come minaccia) sia un esito positivo (configurandosi come opportunità).

Nel gestire patrimonio e investimenti per sé e per la propria famiglia bisogna destreggiarsi tra opportunità e minacce, gestendo in maniera opportuna i rischi correlati al patrimonio stesso e all’evoluzione dei progetti familiari e degli scenari futuri. Per proteggere e valorizzare il patrimonio occorre in primo luogo conoscere i rischi che si stanno correndo, e poi decidere come affrontarli.

I rischi patrimoniali: conoscerli per gestirli

Secondo la nostra esperienza pratica a contatto con i clienti e i loro patrimoni, i principali rischi sono classificabili in due aree:

Area Patrimonio e Investimenti:

  1. Rischio volatilità del prezzo degli strumenti
  2. Rischio liquidità e liquidabilità degli strumenti
  3. Rischio concentrazione
  4. Rischio inflazione
  5. Rischio valuta

Area Pianificazione e Scenario Futuro:

  1. Rischio eventi accidentali
  2. Rischio trattamento fiscale
  3. Rischio sostenibilità del tenore di vita
  4. Rischio evoluzioni familiari
  5. Rischio sistemico (crisi estesa e profonda del mercato dei capitali)

Ognuno di questi rischi può rappresentare, nella specifica situazione patrimoniale e familiare, opportunità e minacce, talvolta ben identificabili, talvolta di tipo più generico. Nella tabella che segue sono elencati i rischi e ne viene analizzato il lato negativo della medaglia, cioè la minaccia che rappresentano per la protezione ed evoluzione del patrimonio. Per ogni minaccia viene indicata – come azione principale – la via che nella nostra esperienza viene percorsa per gestirla al meglio. Segue una rapida descrizione della principale modalità di applicazione. L’ultima colonna propone un approccio alternativo o di secondo livello.

Per definire la tipologia di azione, ci siamo ispirati alle quattro opzioni tipiche del risk management di fronte al rischio:

  • Evitare il rischio: scegliere semplicemente di non correrlo. Attenzione: in questo caso occorre fare attenzione all’alternativa (se esiste) a questa scelta.
  • Trasferire il rischio: questa scelta permette di ridurre l’impatto finanziario determinato dal verificarsi di un futuro evento negativo. Il classico caso dell’affidarsi ad una assicurazione. Attenzione: l’evento potrebbe avere importanti impatti non finanziari da tenere in considerazione. Inoltre, l’assicurazione ha un costo.
  • Accettare il rischio: si può scegliere di assumersi in toto le conseguenze di un evento che si dovesse manifestare. Attenzione: è bene avere chiare le opportunità e minacce a cui ci si espone.
  • Mitigare il rischio: se non si può/non si vuole evitare del tutto una minaccia, si possono cercare modi per ridurre la gravità dell’impatto qualora l’evento dovesse manifestarsi. Attenzione: mitigando le minacce è probabile che si mitighino anche le opportunità. Qui entra in gioco la propensione al rischio.

Nella teoria delle decisioni queste opzioni sono tradotte in numeri e probabilità e vengono scelte al fine di massimizzare il risultato medio finale. Quando si opera in ambito di scenari incerti però non esiste una soluzione universale. E ancor di più lavorando sulla percezione del rischio di persone e famiglie: esiste in primo luogo una propensione al rischio soggettiva, ma oltre a questo, a livello più profondo sono soggettive e individuali anche la percezione dell’impatto, il differente peso relativo dato a opportunità e minacce, lo stato d’animo con cui si vive la probabilità del verificarsi del rischio. E queste variabili si ripercuotono sulla serenità con cui ognuno di noi affronta il presente e approccia il futuro.

Come detto la tabella si concentra sulle minacce; alcuni rischi, come ad esempio gli eventi accidentali o il rischio sistemico, sono essenzialmente considerati nella sola accezione negativa. Esistono però alcuni rischi che più di altri possono essere valutati, in fase di pianificazione patrimoniale, come opportunità da cogliere. Ad esempio:

  • La volatilità degli investimenti può essere sfruttata per opportunità di trading quando uno specifico strumento abbia avuto un andamento estremamente positivo e, in coerenza di strategia, possa essere venduto e sostituito da un altro caratterizzato da migliori condizioni.
  • La concentrazione di quote rilevanti di patrimonio su pochi strumenti espone a un rischio di incremento di valore relativamente elevato quando uno di questi abbia un andamento estremamente positivo. Non esistendo sfere divinatorie per trovare il “titolo da comprare” senza esporsi ad una minaccia, una scelta per cogliere questa opportunità esiste quando si opera direttamente e si ha una reale influenza sulle potenzialità di una iniziativa o società, tipicamente nel caso di un imprenditore che investe nella propria azienda.
  • Accettando l’inflazione, si accettano anche gli impatti positivi di uno scenario di deflazione, quando i prezzi dei beni di consumo calano e il tenore di vita ne può beneficiare; gli impatti si invertono considerando invece la presenza di redditi da lavoro.
  • Investimenti in valute al di fuori di quelle di riferimento possono incrementare la decorrelazione e mitigare il rischio sistemico di una specifica area valutaria.
  • Sulle opportunità di un miglior trattamento fiscale, verrebbe da commentare che le speranze sono vane. Sono comunque difficili da anticipare e possono portare a soluzioni temporanee, solitamente legate più alla tassazione personale rispetto ai capitali.
  • Tenore di vita: sembra strano, ma spesso rileviamo che le spese familiari prospettiche in fase di pianificazione vengono sovrastimate. Questo può significare avere più denaro a disposizione per il futuro.
  • Evoluzioni familiari: un figlio che si rende indipendente prima del previsto, una donazione inaspettata, un immobile non più necessario alla famiglia utile a generare liquidità o reddito aggiuntivo: in questi casi poca pianificazione, ma una sorpresa gradita.

Una mappatura integrata personalizzata di rischi e costi

La tabella sopra riportata identifica diverse tipologie di “rischi patrimoniali” che possono coesistere nelle situazioni patrimoniali specifiche. Grazie all’utilizzo di tattiche di mitigazione del rischio si può operare una ottimizzazione di base. La gestione dei rischi in ambito patrimoniale non è però la mera applicazione di regole predefinite, considerando che, come riportato in precedenza, sono soggettive la propensione al rischio, la percezione dell’impatto,il differente peso relativo dato a opportunità e minaccelo stato emotivo con cui si vive la probabilità del verificarsi del rischio. Inoltre un ulteriore fattore da considerare è la magnitudine della minaccia in proporzione al patrimonio complessivo: concentrarsi sui soli rischi che il proprio interlocutore conosce bene e sui quali sa fornire consulenza, tralasciandone altri ritenuti minori ma che a posteriori possono determinare future perdite, mancati guadagni o costi extra, potrebbe avere impatto rilevante sul patrimonio e anche sulla serenità familiare.

Per questo motivo il primo passo nella pianificazione patrimoniale dovrebbe sempre essere una panoramica accurata e personalizzata di tutte le componenti patrimoniali attuali e una mappatura dei rischi ad esse correlati. Solo a quel punto sarà possibile decidere quali contromisure prendere, includendo nella valutazione i costi di tipo sia monetario sia psicologico. Facendosi guidare dagli obiettivi di lungo periodo e ricordando di “accogliere l’incertezza”, senza esserne travolti e al contempo senza pretendere un controllo assoluto sul risultato finale, il cui raggiungimento dipenderà dall’applicazione di un processo adeguato e non da una formula magica universale.

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