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Category Fiscalità

Deduzione fiscale: fondo pensione e 730

La dichiarazione 730 precompilata, già eventualmente modificabile dal 2 maggio, potrà essere inviata fino al 23 luglio 2019.

Per chi ha ancora qualche dubbio rispetto alla deducibilità dei contributi versati dal fondo pensione di seguito troverà dieci casi più frequenti.

Nel Quadro E, relativo agli oneri e spese, sono indicati gli importi che danno diritto a una detrazione d’imposta e alla deduzione fiscale. Nel primo caso si tratta, ad esempio, delle spese sanitarie o dei premi pagati per l’assicurazione sulla vita alle condizioni previste. Le spese deducibili, invece, sono quelle che possono essere sottratte dal reddito complessivo, diminuendolo, con un conseguente risparmio IRPEF.

Chi è iscritto alla previdenza complementare e ha contribuito al proprio fondo pensione nel corso del 2018, quest’anno può portare in deduzione quanto versato dal reddito dichiarato. In particolare, dovrà indicare nella sezione II “contributi per previdenza complementare” gli importi corrispondenti.

Vediamo qualche esempio per approfondire tutto quello che c’è da sapere sulla deduzione fiscale dei contributi per la previdenza complementare.

  1. Leonardo, lavoratore dipendente di 45 anni che ha versato contributi entro il limite annuale di deducibilità di 5.164,57 euro annui
  2. Beatrice, medico libero professionista di 38 anni che ha versato contributi oltre il limite di deducibilità di 5.164,57 euro annui
  3. Carolina, trentaquattrenne impiegata in un’azienda privata che ha versato contributi anche per suo figlio fiscalmente a carico
  4. Virginia, avvocato di 29 anni in regime fiscale forfettario
  5. Saverio, titolare d’impresa di 36 anni che ha cambiato fondo pensione nel corso del 2018
  6. Emilio, pensionato di 66 anni che ha versato contributi in favore di sua moglie fiscalmente a carico
  7. Giacomo, 31enne e lavoratore dipendente di prima occupazione
  8. Cristina, infermiera di 47 anni che nel 2010 aveva richiesto un’anticipazione del 30% di quanto accumulato e ha iniziato a reintegrarlo nel corso del 2018
  9. Renato, dipendente pubblico di 50 anni iscritto a due fondi pensione
  10. Noemi, impiegata di 27 anni che grazie ai versamenti nel fondo pensione di categoria rientra nel bonus Renzi.

Qual è il tuo caso?

1. Il 730 2019 di Leonardo: contributi entro il limite annuale di deducibilità

Leonardo ha 45 anni ed è un dipendente privato con un reddito annuo lordo dichiarato nel 2019 di 38.500 euro.

Nel corso del 2018 ha versato nel fondo pensione il suo TFR, che non è deducibile non essendo imponibile, e contributi personali per un totale di 5.000 euro, da compilare nella riga E27. Questi, rientrando nel limite di deducibilità  di 5.164,57 euro annui potranno essere integralmente dedotti.

Nella busta paga di luglio 2019 riceverà 1.900 euro di risparmio fiscale IRPEF.

2. La deduzione di Beatrice: versamenti annui oltre 5.164,57 euro

Beatrice è un medico libero professionista di 38 anni che nel 2018 ha versato nel fondo pensione, in un’unica soluzione, 6.500 euro. In questo caso può dedurre 5.164,57 euro, che è il tetto massimo di deducibilità annuale. A fronte di un reddito dichiarato di 67.000 risparmia di imposte IRPEF ben 2.118 euro. La parte eccedente di contributi versati nel fondo pensione, pari a 1.335,43 euro, godrà invece di un altro vantaggio fiscale: non sarà tassata in fase di erogazione della pensione integrativa. Questa, infatti, è soggetta ad una ritenuta con aliquota agevolata (cioè tra il 15% e il 9% a seconda del periodo di partecipazione al fondo pensione contro le aliquote IRPEF tra il 23% e il 43%) ma è in parte esente fiscalmente.

La base imponibile della pensione integrativa su cui è applicata la ritenuta non considera quanto è stato già tassato nelle fasi precedenti e risulta esente, quindi, quella parte di prestazione pensionistica formata da:

  • rendimenti già tassati in fase di accumulo
  • contributi che non sono stati dedotti fiscalmente

Beatrice, per avvalersi di questo ulteriore vantaggio dovrà quindi comunicare al suo gestore, entro il 31 dicembre 2019, di non aver dedotto 1.335,43 euro versati nel fondo pensione nel 2018.

3. Carolina e i versamenti per il figlio fiscalmente a carico

Carolina, impiegata in un’azienda privata di 34 anni e aderente da più di due anni ad un fondo pensione, ha iscritto anche suo figlio minore come soggetto fiscalmente a carico. Oltre a quanto versato nel fondo pensione per la sua posizione, può dedurre anche i contributi versati a favore del figlio Massimo, e questo anche se è a carico di Carolina per il 50% e per il 50% del marito.

Avendo versato complessivamente 3.600 euro (200 euro mensili per la sua posizione e 100 euro mensili per il figlio), portandoli in deduzione da un reddito lordo di 30.000 euro risparmia sulle tasse 1.192 euro.

4. Virginia, avvocato in regime forfettario

Virginia ha ventinove anni ed è un avvocato la cui attività professionale presenta i requisiti per accedere al regime fiscale forfettario, avendo un reddito dichiarato di 27.000 euro. Nel corso del 2018 ha versato 1.000 euro di contributi al suo fondo pensione che, non essendo deducibili fiscalmente, dovrà dichiarare al suo gestore come non dedotti.

In questo modo saranno esenti a scadenza in fase di erogazione della pensione integrativa (come nel caso di Beatrice per i contributi versati oltre il tetto massimo di deducibilità).

5. Saverio, ha cambiato fondo pensione nel corso del 2018

Saverio è un titolare d’impresa di 36 anni che nel corso del 2018 ha cambiato fondo pensione, trasferendo quanto accumulato in un prodotto più in linea che le sue nuove esigenze.

Come funzionerà la deduzione fiscale in questo caso? Nulla cambia rispetto alle regole ordinarie e quanto versato nel 2018 sarà deducibile nella dichiarazione 2019. Fino a marzo ha versato 1.000 euro nel vecchio fondo pensione e a partire da aprile fino a dicembre 2018 ha versato altri 6.500 euro. A fronte di un reddito di 69.500 euro risparmia 2.117 euro.

Il capitale trasferito, invece, non sarà deducibile perché versato e già dedotto negli anni precedenti.

6. Emilio in pensione e i contributi versati nel fondo pensione di sua moglie

Nel corso del 2018 ha versato per Anita 1.200 euro annui che gli fanno risparmiare 456 euro.

Nella busta paga di luglio 2019 riceverà 456 euro di risparmio fiscale IRPEF.

7. Giacomo lavoratore di prima occupazione

Giacomo è un trentunenne impiegato in una grande azienda da sei anni. E’ considerato “lavoratore di prima occupazione” perché all’età di 25 anni è stato assunto per la prima volta e di conseguenza solo da quella data ha una posizione contributiva obbligatoria presso l’INPS. Questa categorizzazione è molto utile per lui che in quell’occasione si è iscritto ad un fondo pensione. Giacomo, infatti, come tutti i lavoratori alla loro prima occupazione, può godere di un vantaggio fiscale maggiore.

Fermo il limite di deducibilità ordinario di 5.164,57 euro , a partire dal sesto anno e per i vent’anni successivi aumenta e può essere superato di 2.582,29 euro annui. La deducibilità totale ammonta, quindi, a 7.746,86 euro.

Giacomo, quindi, può iniziare da quest’anno ad avvalersi di questo vantaggio fiscale:

  • nei primi 5 anni di iscrizione Giacomo non ha sfruttato l’intero tetto di deducibilità ordinario a disposizione, perché nei primi tre anni è riuscito a versare 3.000 euro all’anno e negli ultimi due anni ne ha versati 4.000 all’anno. La parte di deducibilità non sfruttata, quindi, costituisce il suo bonus che può dedurre a partire da quest’anno e negli anni successivi, fino a 2.582,25 euro per ciascun anno.
  • ha quindi accumulato come bonus da diluire per i vent’anni successivi  8.822,85€ (2.164,57€ x 3 + 1.164,57 x 2)
  • a partire da quest’anno Giacomo utilizza 1.000 euro tra quelli a disposizione di bonus, perché nel 2018 ha superato il limite di deducibilità ordinario versando 6.164,57 euro.

Ogni anno Giacomo potrà sfruttare il bonus di  2.582,29€, fino a esaurimento, per la parte versata eccedente il tetto ordinario. Il prossimo anno avrà ancora un bonus di 7.882,85 euro. Se per un anno non dovesse riuscire a versare più di 5.164,57€, ha ben 20 anni a disposizione per usare tutto il bonus addizionale.

8. Cristina e la sua richiesta di anticipazioni del 30%

Cristina è un’infermiera di 47 anni che nel 2010 aveva richiesto il 30% di quanto accumulato nel fondo pensione per fare il viaggio da sempre sognato con il suo compagno Claudio. A partire dal 2018, con l’aiuto di Claudio, ha deciso di cominciare a reintegrare quelle somme, cominciando con i primi 6.000 euro. Inoltre, ha contribuito durante l’anno con 100 euro mensili.

In questo caso anche i versamenti effettuati per reintegrare le somme anticipate sono deducibili e concorrono a determinare il limite di 5.164,57 euro. Inoltre, su quanto versato oltre questo tetto (pari a 2.035,43 euro nel caso di Cristina) e dichiarato espressamente al gestore come reintegro delle anticipazioni, è riconosciuto un credito d’imposta pari all’imposta pagata (aliquota del 23%) al momento della fruizione dell’anticipazione, proporzionalmente riferibile all’importo reintegrato.

9. Renato ha due fondi pensione

Renato è un dipendente pubblico di 50 anni iscritto a due fondi pensione differenti per diversificare al meglio il proprio piano di investimento previdenziale. La deducibilità fiscale dei contributi versati annualmente alla previdenza complementare è riferita alla persona e al suo reddito IRPEF, no al fondo pensione sottoscritto, di conseguenza il limite resta quello ordinario di 5.164,57 euro annui.

10. Noemi e il bonus Renzi grazie alla deducibilità

Noemi ha 27 anni e lavora come impiegata in una grande azienda di telecomunicazioni. Nel corso del 2018 ha svolto molte ore di lavoro straordinario che quindi la farebbero rientrare nella fascia di reddito superiore ai 24.600 euro, perdendo così parte del beneficio bonus Renzi. Quanto ricevuto in eccesso lo dovrebbe restituire a dicembre 2019 (conguaglio).

Noemi, però, è iscritta al fondo pensione chiuso di categoria, dove versa i contributi anche il suo datore di lavoro, per un totale di 2.550 euro annui per il 2018 da portare in deduzione. Questo consente di abbattere il reddito IRPEF, calcolato automaticamente dal suo datore di lavoro, e di rientrare nella fascia che le da diritto nuovamente al bonus 80 euro integrale.

Questo meccanismo vale nei fondi pensione chiusi o aperti ad adesione collettiva perché a gestire la contribuzione, anche ai fini fiscali, è direttamente il datore di lavoro.

Chi ha scelto quest’anno il suo fondo pensione potrà dedurre quanto versato dal reddito IRPEF nella dichiarazione del 2020.

Per chi non lo avesse ancora fatto, c’è tempo fino a dicembre 2019 per aderire ad un fondo pensione e risparmiare sulle tasse del prossimo anno.

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Polizze Dread Disease

Ho già affrontato quello che c’è da sapere sulle polizze Long Term Care che divengono operati a fronte della perdita dell’autosufficienza dell’assicurato.

Esistono anche le coperture Dread Disease, polizze molto intelligenti, ma poco conosciute in Italia, comparse per la prima volta in SudAfrica nel 1983 come soluzione pratica per affrontare i costi di cure adeguate senza dover ricorrere a mutui o prestiti.

E’ una polizza che tutela l’assicurato dai danni economici derivanti dal manifestarsi di una malattia particolarmente grave mettendo a disposizione dello stesso una somma una tantum utile ad affrontare spese o impegni finanziari di rilievo.

Ha due tipi di garanzie:

  • GARANZIA ANTICIPATIVA: un’aliquota prestabilita dalla somma assicurata della garanzia principale viene anticipata al manifestarsi della malattia grave indicata nella polizza.
  • GARANZIA AGGIUNTIVA: l’aliquota viene aggiunta al manifestarsi di una delle malattie indicate dalla polizza.
    Generalmente è offerta in abbinamento alla polizza Temporanea Caso Morte (TCM).

ESONERO DAL PAGAMENTO DEI PREMI:

La garanzia comporta sempre, al verificarsi della malattia, l’esonero dei premi dell’assicurazione in scadenza dopo il sinistro.

CARENZA

L’assicurazione può essere assunta con o senza accertamento sanitario

In entrambi i casi, esiste un periodo di carenza: 6 mesi se viene fatta la visita medica  e 18 mesi senza visita

ESCLUSIONI

Tra le malattie escluse ci sono:

  • se l’assicurato è già malato prima della stipula della polizza
  • abuso e dipendenza da alcool, droghe, psicofarmaci
  • interventi angioplastici
  • qualsiasi forma patologica legata in modo diretto o indiretto al virus HIV

Negli ultimi anni, il mercato assicurativo ha messo a punto nuove formule che mirano a soddisfare esigenze specifiche.

Eccole elencate nello schema:

COSA SIGNIFICA POLIZZA DREAD DESEASE MULTIPAY?

E’ una caratteristica molto importante e non prevista dalle tradizionali condizioni generali dei contratti per polizze malattie, infatti i prodotti Multi Pay prevedono delle reintegrazioni delle coperture sulle malattie gravi, evitando di essere “scoperti” rispetto alle stesse.

Ti spiego meglio: in generale, i contratti tradizionali di dread disease vengono sospesi una volta pagata l’indennità (vedi anche l’esonero dal pagamento dei premi non ancora scaduti), lasciando quindi il titolare della polizza senza una reale copertura nel caso di una seconda e futura malattia. Questo è sicuramente un limite, considerando il miglioramento delle cure mediche degli ultimi anni e, dunque, una maggiore probabilità di sopravvivenza alla malattia.

Altro aspetto importante è il fatto che l’entità del danno che la malattia determina nell’assicurato non ha alcuna influenza, questo perchè la Compagnia,, alla consegna dei risultati degli accertamenti diagnostici che danno una prova della malattia, provvede a chiudere il sinistro mettendo a disposizione le somme spettanti

Aspetto completamente differente rispetto alle tradizionali coperture malattia o invalidità, perché:

  • le coperture malattie forniscono il rimborso delle spese sostenute oppure danno direttamente il corrispondente servizio.
  • le coperture invalidità ricoprono una funzione indennitaria ed erogano le prestazioni soltanto nel caso ci sia una invalidità permanente, in seguito ad una patologia ed in seguito all’accertamento di un grado d’invalidità.

BENEFICI FISCALI

L’articolo 15 comma 1 lettera f) del TIUR 917/86 dispone che i premi versati per la sottoscrizione di una polizza d’assicurazione che preveda la garanzia del rischio morte e d’invalidità permanente per qualunque causa (con franchigia assoluta de 5%) stipulate dal 1 gennaio 2001 diano diritto al contraente di beneficiare di una detrazione del 19% sulla somma spesa di 530€ un conseguente massimo risparmio annuo d’imposta di 100,70 €.

Inoltre:

  • le somme liquidate a seguito di sinistro per invalidità permanente e inabilità temporanea sono esenti da tassazione
  • il capitale caso morte è esente da imposta di successione

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Le Polizze Long Term Care (LTC)

Long Term Care,  spesso snobbate, sono invece strumento di tutela molto importante considerato l’innalzamento della vita media, la percentuale e il numero di non autosufficienti e il  fatto di non poter più contare con certezza, come fatto dalle generazioni passate, sui/sulle figli/e, sulle nuore e sullo Stato.

L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa

In Italia, ci troviamo in questa situazione: il progressivo e crescente invecchiamento della popolazione unito al cambiamento della struttura per età (pochi giovani, più anziani) contribuisce ad accrescere lo squilibrio tra una sempre più elevata domanda di assistenza ed un’offerta finanziata tramite risorse pubbliche sempre più scarse.

Quindi, è cresciuto da un lato il numero di persone anziane che vivono sole o per le quali si sono attenuate, per motivi diversi, la possibilità tradizionali di aiuto e sostegno nell’ambito della famiglia, e dall’altro è aumentato il numero di persone esposte al rischio di perdere la proprio autosufficienza.

Questo insieme di fattori può generare una situazione tale da mettere a rischio il mantenimento di una buona qualità di vita anche nelle fasce con redditi medio alti.

Se poi si pensa alle coperture pubbliche previste dall’Inps per esempio per i liberi professionisti si comprende subito che ci sono dei limiti:

  • nessuna indennità di malattia, salvo convenzioni con casse/enti di categoria
  • requisito contributivo, in alcuni casi più severo
  • pensione di invalidità non operante per alcune categorie (es: farmacisti)
  • cancellazione dagli Albi professionali quale requisito per la pensione di inabilità

Visti gli evidenti limiti per le coperture pubbliche (negli ultimi 5 anni, infatti, c’è stato un calo della spesa sanitaria pubblica in relazione al PIL, che si è assestato al 6,70% nel 2017.), ci possono essere delle integrazioni in termini di copertura delle non autosufficienze e malattie gravi.

LE POLIZZE LONG TERM CARE

La perdita dell’autosufficienza è uno dei tanti costi al quale lo Stato non è in grado di far fronte con le sempre più scarse risorse a disposizione, strutture iper affollate e, a volte, mal gestite.
Ormai è assodato che si sta andando verso un sistema sanitario misto per poter offrire una copertura sanitaria adeguata a tutti i cittadini italiani. Solo nel 2017 gli Italiani hanno sborsato 40 miliardi per la spesa sanitaria privata.

Quindi anche la non autosufficienza diviene un aspetto da affrontare privatamente con l’aiuto di una copertura assicurativa.

Un altro fattore per il quale una copertura assicurativa sarebbe oggi  indispensabile è la forte percentuale di soggetti “single” non sposati o facenti parte di famiglie poco numerose. Chi si prenderà cura di queste persone quando, giunti a una certa età, a causa di un banale infortunio o di una malattia, si troveranno non autosufficienti?

So che può sembrare strano, ma sarebbero queste le domande da porsi anche a 30 anni.

Le polizze di ultima generazione LTC – Long Term Care nascono dall’esigenza di dare una copertura rischi, prima meno percepiti dai Clienti. Possono quindi presentarsi come soluzioni finalizzate esclusivamente a proteggere la perdita di autosufficienza, oppure come strumenti validi ad integrare la copertura di base prevista  dalla polizza a cui viene abbinata.

Queste polizze non coprono solo la non autosufficienza, ma anche la senescenza.

COSA COPRONO

La soglia di autosufficienza è rappresentata dal numero di ADL (Activities of Daily Living, cioè l’insieme delle azioni quotidiane) essenziali per l’autonomia della persona: mangiare, bere, vestirsi/spogliarsi, muoversi, ecc.
Se almeno 3 o 4 di queste attività vengono a  mancare in una persona, la LTC paga l’indennità, oppure anche in caso di malattia invalidante, vedi per esempio l’Alzheimer.

Ma allora, è uguale alla “Pensione di inabilità” dell’Inps?
No, perchè quest’ultima certifica l’impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro, mentre la LTC interviene quando la persona è nell’impossibilità di compiere alcune funzioni fondamentali della vita quotidiana.

COSA NON COPRE

Periodo di carenza

ovvero il lasso di tempo che intercorre tra la data di stipulazione della polizza ed effettiva decorrenza della garanzia. Durante questo periodo, le garanzie non saranno operative, nonostante sia già stato corrisposto il premio di Assicurazione e quindi in pratica il Cliente, in caso di non autosufficienza, non verrà indennizzato.
In generale, non vi è nessun ritardo dell’effetto se la non autosufficienza è causata dall’infortunio.
Di norma, il periodo di carenza dura 1 anno, se la non autosufficienza deriva da malattia, e 3 anni se da malattia mentale.
Nel caso in cui la situazione di non autosufficienza si verificasse in questo periodo, la Compagnia non è tenuta a pagare le prestazioni, ma rimborserà il premio versato.

Condizioni preesistenti

ovvero se la malattia è l’espressione o la conseguenza diretta di situazioni patologiche insorte prima della stipulazione della polizza

Esclusioni specifiche

conseguenze di alcoolismo, abuso di droghe, oppure in casi di cure necessitate da situazioni di guerra o automutilazione

ETA’ MASSIMA DI INGRESSO

L’età massimo di ingresso in copertura può variare a seconda delle polizze.

Solitamente è prevista un’età massima di 65 anni.

Queste limitazioni si riferiscono solo all’età di ingresso in quanto, una volta entrati in garanzia, la polizza dura tutta la vita.

DURATA DEL PAGAMENTO DELL’INDENNITÀ

Anche se purtroppo il caso di non autosufficienza sia definitivo, potrebbe anche verificarsi che l’assicurato riprenda le proprie capacità (vedi per esempio le conseguenze di un grave incidente stradale).
Normalmente il pagamento dell’indennità viene sospeso alla perdita delle condizioni che lo determinavano.

RINNOVABILITÀ

Tutte le polizze sono automaticamente rinnovabili: la Compagnia ha il diritto di recedere dal contratto, tranne il caso in cui l’assicurato non abbia pagato il premio o abbia riportato dichiarazioni inesatte nel questionario sanitario che permette un’adeguata individuazione del rischio. La sua compilazione deve essere accurata, completa e veritiera. In caso contrario, la Compagnia potrebbe avanzare riserve sul pagamento delle prestazioni.

Nel caso in cui ci sia un aggravamento del rischio dell’assicurato, il premio non può essere aumentato.

BENEFICI FISCALI

Trattandosi comunque di una polizza vita, l’assicurazione Long Term Care prevede, come gli altri prodotti di questo genere, delle detrazioni fiscali sui premi versati. Ciò significa che una parte dei premi versati andrà a decurtare l’importo netto delle tasse da pagare, dopo l’applicazione dell’aliquota di riferimento all’ammontare dei nostri redditi.
Secondo il D.M 22/12/2000 sancisce che sulle polizze LTC stipulate dal 1° gennaio 2001, compete una detrazione nella misura del 19% su un importo massimo di premi di 1.291,14 €.

COME FARE AD AVERE UNA RENDITA VITALIZIA MENSILE A VITA INTERA DI 1.000€ IN CASO DI NON AUTOSUFFICIENZA?

SITUAZIONE: Immaginiamo una donna che al momento della stipula ha 40 anni e che accetta di pagare un premio per tutta la vita.

DURATA: vita intera
Prendendo a riferimento un prodotto LTC alle condizioni medie di mercato, per avere una rendita vitalizia mensile in caso di non autosufficienza di 1.000€ (12.000,00 € annui) il premio anno sarà di circa 482, 80€ (frazionabile anche in rate mensili)

TRATTAMENTO FISCALE: la detraibilità massima è del 19% dei premi versati, su un massimo di 1.291,14€ annui.
In questo caso la detraibilità effettiva sarà di 91,73€

In qualunque momento, dopo la stipula, si dovesse verificare un evento di non autosufficienza, l’onere del pagamento dei premi cessa e scatta la garanzia a vita intera.

POLIZZE LTC “AD ACCUMULAZIONE” E “A RIPARTIZIONE”

Faccio una premessa.
I modelli di polizze LTC proposti dal mercato prevedono:

  • vita intera a premi temporaneiIl premio viene pagato per un certo numero di anni di durata concordata, ma la copertura vale per tutta la vita. Il diritto di rendita si concretizza se l’assicurato perde l’autosufficienza e dura, con il persistere della stessa, fino alla sua morte.
  • a vita intera a premi a vita intera
    Il premio viene pagato per tutta la durata della vita dell’assicurato. Il pagamento viene interrotto al sopraggiungere della non autosufficienza, in cambio di una copertura che duri tutta la vita.

Ci può essere una clausola di riduzione che, se inserita, dà la facoltà al contraente di cessare il pagamento dei premi e di poter riscuotere, in caso di sinistro, una rendita di autosufficienza ridotta.
Per l’attivazione, è previsto un versamento per un periodo minimo di norma in 3 anni.

Esistono di tipi di copertura
“A RIPARTIZIONE” e “AD ACCUMULAZIONE”

La necessità di tutelare la propria salute e quella dei proprio cari è ormai un obbligo e spesso si sottovalutano le reali necessità.

Queste polizze sono spesso snobbate, sono invece uno strumento di tutela molto importante considerato l’innalzamento della vita media, la percentuale e il numero di non autosufficienti e il  fatto di non poter più contare con certezza, come fatto dalle generazioni passate, sui famigliari e sullo Stato.

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Fondo pensione: quanto risparmia Alberto, 36 anni ingegnere?

Il fondo pensione è una forma di risparmio che, sfruttando il tempo a disposizione, permette di ottenere risultati importanti e nello stesso tempo di poter contare su una serie di vantaggi fiscali e flessibilità che aumentano con il passare degli anni.

Per spiegare quanto è possibile risparmiare con un fondo pensione, oggi vi raccontiamo la storia di Alberto che ha aderito alla previdenza integrativa qualche mese fa.

Aderire a un fondo pensione: vediamo la storia di Alberto

Alberto è un ingegnere, ha 36 anni e lavora da circa 3 in una grande azienda a La Spezia, città dove ha svolto i suoi studi. Ha acquistato la prima casa insieme alla compagna e ha costruito tutti i suoi interessi nella sua nuova città.

Essendo una città di mare, sua grande passione, quando può fa escursioni subacquee, alla fine della giornata lavorativa va due o tre volte a settimana in palestra e spesso va al cinema o a cena fuori in compagnia.

Lo stile di vita di Alberto è comune a molti suoi coetanei, così come le spese a cui deve far fronte: il mutuo, le bollette, la benzina per la macchina, ecc.

Alberto divide alcune spese con la sua compagna e può contare su un reddito annuo lordo di 34.000 euro, circa 1.800 euro netti al mese (per 13 mensilità).

 

Dopo aver considerato tutte le spese, anche quelle extra, gli rimangono quasi 700 euro al mese.

Alberto è contento della sua nuova vita e ama così tanto la sua situazione che vorrebbe assicurarla a lungo, decide quindi di pensare ad una sicurezza in più per il suo domani: sottoscrive un fondo pensione.

La previdenza integrativa: perché sceglierla?

Alberto ha scelto di investire in un fondo pensione perché è consapevole del fatto che la pensione pubblica non basterà per tutelare lo stile di vita desiderato.

Con 10 anni di lavoro alle spalle e un reddito attualmente di 34.000 euro si stima possa andare in pensione a 67 anni con una pensione pubblica pari al 59% del suo ultimo reddito percepito.

La pensione integrativa può ridurre questo gap previdenziale del 41%. Inoltre, è uno strumento vantaggioso fiscalmente, flessibile e offre una protezione completa.

Fondo pensione: il piano di risparmio di Alberto

Stimando un pensionamento a 67 anni di età, Alberto ha più di trent’anni a disposizione per investire. Sceglie quindi un comparto di tipo azionario, che nel lungo periodo offre delle performance statisticamente superiori rispetto a quelle dei comparti a componente obbligazionaria. Durante gli anni di contribuzione man mano che si avvicina il momento del pensionamento, Alberto potrà scegliere linee di investimento più prudenziali.

Altra decisione da prendere è quanto versare. Alberto ha deciso di versare il suo TFR anziché lasciarlo in azienda e 100 euro al mese, quindi 1.200 euro all’anno che possono essere dedotti dal reddito dichiarato ai fini IRPEF.

Pensione integrativa e il risparmio IRPEF

Grazie ai 1.200 euro versati nel fondo pensione, il reddito su cui verranno applicate le aliquote IRPEF, per determinare le imposte da versare, non sarà più pari a 34.000 euro ma 32.800 euro. Questo significa risparmiare ben 456 euro di tasse, che ad Alberto verranno restituite nella busta paga di luglio.

Al momento del pensionamento si stima che avrà accumulato nel fondo pensione un capitale di 176.000 euro. La pensione integrativa, quindi, gli permetterà di integrare quella pubblica di ben 635 euro mensili.

Alberto ha scelto oggi di pensare al suo domani con la previdenza integrativa, risparmiando nello stesso tempo sulle tasse ogni anno. Se nel frattempo le priorità dovessero cambiare, per esempio se arriva un figlio, potrà contare su uno strumento di risparmio flessibile e tutelato.

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Previdenza complementare e regime forfettario

Il regime forfettario cos’è? Si tratta di un sistema agevolato di tassazione rispetto a quella ordinaria IRPEF e che comporta una serie di semplificazioni contabili. A chi si applica? Il regime forfettario si applica agli imprenditori e ai liberi professionisti che esercitano un’attività in forma individuale e rientrano in una certa soglia di reddito.

Viene chiamato “forfettario” proprio per il modo in cui si determina il reddito da assoggettare ad un’unica imposta sostitutiva IRPEF al posto delle aliquote a scaglioni.

Per accedere a questo regime agevolato non c’è un limite legato all’età anagrafica o agli anni di attività, ma sono richiesti determinati requisiti.

Quali sono i requisiti e cosa comporta per la previdenza complementare l’accesso al regime forfettario?

Regime forfettario: requisiti 2019

Il requisiti per accedere al regime forfettario sono stati ampliati con l’ultima legge di bilancio per il 2019, portando la soglia dei ricavi o dei compensi annuali a 65.000 euro, per tutte le professioni senza più distinzioni. Questo limite vale sia per chi inizia una nuova attività e presume di non superare la soglia sia per chi già svolge un’attività d’impresa o una professione e non l’ha superata.

Per determinare il reddito da assoggettare all’imposta sostitutiva del 15% bisogna applicare ai ricavi o compensi percepiti il coefficiente di redditività previsto per l’attività o professione esercitata. Ad esempio, l’aliquota del 15% per chi esercita un’attività professionale sanitaria sarà applicata al 78% dei compensi percepiti.

Per chi inizia una nuova attività l’imposta sostitutiva scende al 5% per i primi cinque anni di attività se:

  • non è stata mai esercitata un’ attività d’impresa o professionale, anche in forma associata o familiare, nei 3 anni precedenti
  • l’attività da esercitare non sia una prosecuzione di altra attività precedentemente svolta, sia come lavoratore dipendente che autonomo, a meno che non si tratti di un periodo di pratica obbligatoria prevista per l’esercizio della professione
  • in caso di prosecuzione di un’attività svolta in precedenza da un altro soggetto, i relativi ricavi e compensi del periodo d’imposta precedente non devono superare la soglia prevista di 65.000 euro

Come si accede al regime forfettario?

Nel caso di lavoratori già in attività, il regime forfettario opera automaticamente, mentre per chi ne inizia una nuova e presume di rispettare i requisiti richiesti occorre comunicarlo nella dichiarazione di inizio attività – modello AA9/12. In ogni caso, chi ha i requisiti per accedere al regime forfettario ci può rinunciare in qualsiasi momento adottando il regime fiscale ordinario con l’obbligo della dichiarazione annuale IVA.

Regime forfettario: IVA e altre semplificazioni

Il regime forfettario comporta una serie di semplificazioni innanzitutto ai fini IVA. Infatti chi lo applica:

  • non addebita l’IVA in fattura ai propri clienti e non detrae l’IVA sugli acquisti;
  • non liquida l’imposta, non la versa, non è obbligato a presentare la dichiarazione e la comunicazione annuale IVA
  • non deve comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni rilevanti ai fini IVA (spesometro) né quelle effettuate nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cosiddetti black list
  • non ha l’obbligo di registrare i corrispettivi, le fatture emesse e ricevute ed è esonerato dall’obbligo della fatturazione elettronica

Inoltre, con il regime forfettario sono previste altre semplificazioni ai fini delle imposte sul reddito, come l’esonero dagli obblighi di registrazione e tenuta delle scritture contabili e dall’applicazione degli studi di settore.

Regime forfettario: detrazioni e deduzioni fiscali

Chi si avvale del regime forfettario sul reddito, viste le agevolazioni che comporta, non può sfruttare le detrazioni e le deduzioni fiscali previste nel regime ordinario. Può avvalersi, però, delle deduzioni e detrazioni fiscali a fronte di eventuali altri redditi su cui sono dovute le imposte IRPEF: un ulteriore reddito da lavoro dipendente o da locazione senza cedolare secca.

Previdenza complementare e regime forfettario

Quali sono le conseguenze per la previdenza complementare nel caso di lavoratore in regime forfettario? Tutti i benefici e le flessibilità legate alla previdenza complementare restano intatte tranne l’applicabilità della deducibilità fiscale dei contributi versati nel fondo pensione che rimane valida solo nel caso ci siano altri redditi soggetti a IRPEF ordinaria. Ma, anche per chi non ha potuto avvalersi della deducibilità dei contributi, è comunque prevista un’esenzione fiscale sulla prestazione pensionistica finale.

Vediamo come funziona l’esenzione fiscale della prestazione pensionistica finale.

La pensione complementare, quando viene erogata, è soggetta ad una ritenuta non solo con aliquota agevolata rispetto a quelle applicate normalmente sui redditi (cioè tra il 15% e il 9% a seconda del periodo di partecipazione al fondo pensione contro le aliquote IRPEF tra il 23% e il 43%) ma è anche in parte esente da tassazione. La base imponibile su cui è applicata la ritenuta d’imposta, infatti, non considera quanto è stato già tassato nelle fasi precedenti.

Risulta esente, quindi, quella parte di prestazione pensionistica formata da:

  • rendimenti già tassati in fase di accumulo
  • contributi che non sono stati dedotti fiscalmente

Esempi pratici a confronto: Paolo in regime forfettario integrale e Giulia e Davide in parte soggetti a IRPEF ordinario.

Gli aderenti in regime forfettario potrebbero non poter dedurre i contributi versati a forme pensionistiche complementari durante l’applicazione del regime, ma possono comunque avvalersi al momento dell’erogazione della pensione integrativa di un ulteriore vantaggio fiscale per tutti i contributi non dedotti.

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Quello che devi sapere sul riscatto di laurea agevolato

Con l’approvazione del decreto Legge 28 gennaio 2019, si torna a parlare di riscatto della laurea ai fini pensionistici. In un contesto, come quello attuale, in cui i requisiti pensionistici rimangono spesso una lontana utopia soprattutto per i giovani, e l’età della pensione è sempre più lontana, ritorna la possibilità di richiedere il “riscatto della laurea”, ma questa volta agevolato.

Cos’è il riscatto agevolato del 2019?

 
 

E’ una novità introdotta nel nuovo decreto pensioni 2019 e riguarda il riscatto della laurea (art. 20, comma 2) da parte di chi non ha ancora raggiunto i 45 anni di età (nati dopo il 1974) e ha iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995, quindi con il sistema pensionistico contributivo.

 

Si tratta di una possibilità che consente di riscattare gli anni del corso regolare di laurea ai fini pensionistici con una particolare agevolazione finanziaria: un costo di 5.240 euro per ogni anno riscattato. In sostanza, con lo stesso onere finora concesso ai giovani che non hanno ancora iniziato a lavorare.

 

Di sicuro si tratta di un’opportunità in più a disposizione dell’interessato, perchè consente di riconoscere alcuni periodi della vita (come per es. i periodi di studio) che sono scoperti dal punto di vista previdenziale.

 

Il limite anagrafico dei 45 anni potrebbe addirittura essere elevato a 50 anni in sedi di conversione del decreto legge, secondo quanto affermato dal vice ministro del lavoro Claudio Durigon.

Chi può riscattare la laurea?

 
 

Chi è in possesso di:

 
  • i diplomi universitari (corsi di durata non inferiore a due anni e non superiore a tre);
  • laurea (corsi di durata non inferiore a quattro e non superiore a sei anni);
  • diplomi di specializzazione che si conseguono successivamente alla Laurea ed al termine di un corso di durata non inferiore a due anni;
  • i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge;
  • i titoli accademici introdotti dal decreto n. 509 del 3 novembre 1999 cioè: Laurea (L), al termine di un corso di durata triennale; Laurea specialistica (LS), al termine di un corso di durata biennale a cui si accede con la laurea.
 

Inoltre, possono essere ammessi al riscatto i diplomi rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM), con riferimento ai nuovi corsi attivati a decorrere dall’anno accademico 2005/2006, e che danno luogo al conseguimento dei seguenti titoli di studio:

 
  • diploma accademico di primo livello;
  • di secondo livello;
  • di specializzazione;
  • formazione alla ricerca;

Conviene e quanto costa?

 
 

Normalmente il riscatto della laurea si richiede quando il lavoratore desidera recuperare anni di laurea onde aumentare l’assegno mensile che l’Inps corrisponderà, oppure per accelerare i tempi del pensionamento.

 

Ecco, in merito al nuovo riscatto agevolato 2019 è valido solo per arrivare prima al traguardo della pensione ma non incide minimamente sulla misura dell’assegno.

 

Quindi, non serve per migliorare la propria pensione, ma per acquisire anzianità ed andare in pensione 4 anni prima del previsto.

 

Conviene al laureato che ha iniziato a lavorare subito dopo aver conseguito la laurea, perché ha oneri fiscali deducibili.

 

E il costo?

 

Il costo del riscatto agevolato è calcolato con le modalità della laurea per i disoccupati.

Il riscatto non avrà un costo proporzionale all’ultimo reddito imponibile, ma sarà pari al 33% del minimale di reddito soggetto a imposizione della Gestione Inps di artigiani e commercianti, cioè 15. 878 Euro (5.240 : 33%)

 

Il costo per ogni anno di riscatto ruoterà attorno 5.240 euro e sarà rateizzabile in un massimo di 10 anni, senza interessi e rappresenterà un onere deducibile nell’anno o negli anni di imposta in cui viene materialmente sostenuto.

 

Ti faccio un esempio: se il laureato già dipendente guadagna 30.000 euro lordi l’anno:

 
  • con il riscatto ordinario per ciascun anno di laurea riscattato sarebbe pari a € 9.900,00 (il 33% di 30.000) rispetto ai 5.240,00 che verserebbe con il riscatto “light”.
  • con la nuova agevolazione, nel caso di riscatto di 4 anni pagherebbe un importo di 20.960,00 euro (5.240 x 4) euro anziché di 39.600,00 (9.900,00 x 4).
 

Quindi, oltre al risparmio contributivo previdenziale INPS, vi è  un risparmio fiscale pari all’aliquota IRPEF marginale; la somma pagata per il riscatto va a ridurre l’imponibile, come se si trattasse di contributi obbligatori. Quindi i 5.240 euro vanno ad abbattere il reddito.

 

Ecco la tabella con gli scaglioni e le aliquote attualmente in vigore.

Se ne desume che c’è una deducibilità fiscale minima del 23 e massima del 43%.

Ecco un esempio grafico tratto dal Sole 24 Ore che rappresenta 4 casi a confronto con il sistema agevolato contro quello ordinario

Un’opportunità fiscale anche per i genitori?

Se la laurea “low cost” sia  un’opportunità fiscale per i genitori è ancora da chiarire, ma il discorso del riscatto potrebbe essere interessante. I genitori, in quanto consapevoli delle difficoltà d’ingresso nel mondo del lavoro dei propri figli, sembrano essere più motivati a mettere nel paniere dei contributi gli anni di corso.

Il genitore farebbe bene a muoversi in anticipo, perché se il laureato è a carico del genitore, quest’ultimo potrà effettuare il riscatto previsto per i disoccupati con una detrazione del 19%.

Quali sono i limiti?

Come anticipato precedentemente, il soggetto interessato:

  • non deve aver compiuto 45 anni di età (questo limite è stato posto per rendere matematicamente impossibile usare il riscatto della laurea per accedere alla pensione anticipata con quota 100)
  • non deve aver lavorato durante il percorso universitario (salvo lavori estivi o di breve durata)
  • non essere titolare di pensione;
  • è possibile solo per i periodi da valutare con il sistema di calcolo pensionistico contributivo.
  • è possibile solo per chi versa contributi INPS]* e questo è un limite per la categoria degli avvocati, ingegneri, architetti, giornalisti e medici, dato che hanno una cassa previdenziale privata. Dovrà essere la stessa a decidere di percorrere questa strada.

* grazie al cumulo contributivo potenziato dal 2017 – per chi abbia carriere contributive frammentarie e almeno un contributo accantonato in una gestione Inps, queste nuove chance potranno essere colte nell’ottica di riunire le contribuzioni, una volta raggiunti requisiti, con la facoltà gratuita del cumulo in base alla legge 228/2012.

Ecco il grafico dei 4 percorsi messi a confronto (Fonte Sole 24 Ore)

In conclusione…

Mi rendo conto che in molti penseranno che tanto l’età pensionabile per i giovani è ancora lontana e  si alzerà ancora negli anni, e lo credo anche io, ma l’aver accelerato i tempi per raggiungere la pensione rimarrà un dato immodificabile e quindi il lavoratore che ha scelto questa strada andrà in pensione sempre 4 anni prima rispetto a chi non ha richiesto il riscatto.
Ricorda che la pensione non è una rendita finanziaria, ma è basata anche sul principio di mutualità.

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TFR e fondo pensione: come cambia la tassazione

“Manca una analisi importante e riguarda la diversa tassazione del TFR se trasferito al fondo o se si lascia in azienda”. La critica – costruttiva, e da noi molto apprezzata – è arrivata da un lettore dopo che abbiamo pubblicato la nostra breve guida al Trattamento di Fine Rapporto1.

In realtà, questo è un tema di cui avevamo già in animo di occuparci. Lo abbiamo lasciato da parte solo perché, dal nostro punto di vista, meritava un approfondimento a sé. E infatti, eccolo qua (precisando fin d’ora che su questo, come su altri aspetti, torneremo ancora).

Calcolare la tassazione e il TFR netto

Il TFR può essere lasciato in azienda o destinato a un fondo pensione. Quello lasciato nelle casse dell’azienda è soggetto a tassazione separata, che scatta non in fase di maturazione ma al momento della liquidazione, quindi alla cessazione del rapporto di lavoro.

Il datore di lavoro opera come sostituto d’imposta e, dunque, non va a erogare al dipendente il Trattamento di Fine Rapporto lordo, ma il netto già tassato. Il TFR lordo – lo abbiamo già visto – si ottiene sommando quanto accantonato per ogni anno di lavoro, ovvero la retribuzione lorda annua divisa per il parametro fisso 13,5, più relativa rivalutazione.

Partendo da ciò, come si calcola il netto? Lo vediamo prendendo come esempio il caso del signor Gino, che in 30 anni di servizio ha accantonato la considerevole cifra di 100 mila euro di TFR lordo. Per capire quanto gli spetta di netto, bisogna innanzitutto ricavare la base imponibile, ovvero la quota del lordo soggetta a tassazione secondo i vari scaglioni IRPEF.

Tale base imponibile si ottiene moltiplicando il TFR lordo per il parametro fisso 12 e dividendo poi il risultato per gli anni di servizio. Quindi:

(100.000*12)/30 = 40.000

La base imponibile ammonta a 40.000 euro. A tale somma va applicata l’aliquota IRPEF vigente nell’anno in cui il signor Gino chiede il suo TFR, che nel nostro caso è pari al 38%, posto che gli scaglioni sono questi:

  • sotto i 15.000 euro: 23%
  • da 15.001 a 28.000 euro: 27%
  • da 28.001 a 55.000 euro: 38%
  • da 55.001 a 75.000 euro: 41%
  • oltre i 75.001: 43%

Considerato che per la fascia tra i 28.001 e i 55.000 euro l’aliquota IRPEF è fissata al 38% ma che l’applicazione avviene in maniera progressiva (il 27% vale cioè solo per la parte di reddito eccedente i 15 mila euro, il 38% solo per quella eccedente i 28 mila, eccetera), il risultato sarà il seguente:

[(15.000*23)/100] + [(13.000*27)/100] + [(12.000*38)/100] = 11.520

In altre parole, su 100.000 euro di TFR lordo maturato e lasciato in azienda, il datore di lavoro – agendo da sostituto di imposta – dovrà versare al fisco 11.520 euro. E il TFR netto sarà così determinato:

100.000-11.520 = 88.480

Seguirà il ricalcolo da parte dell’Agenzia delle Entrate, in base all’aliquota media di tassazione dei cinque anni precedenti a quello in cui è cessato il rapporto di lavoro.

E destinando il Trattamento di Fine Rapporto a un fondo pensione, invece?

TFR al fondo pensione: cosa cambia per il fisco?

Oltre a maturare il diritto a una pensione pubblica, nel corso della sua vita lavorativa il dipendente può gettare le basi per una futura pensione integrativa. Per esempio, versando contributi a un fondo pensione chiuso o aperto, oppure investendo in un PIP o in un PAC. Tra i contributi che è possibile versare in un fondo pensione c’è, appunto, il TFR.

Il Trattamento di Fine Rapporto versato dal 2007 in poi al fondo di previdenza e incassato al momento del pensionamento come rendita o come capitale sarà assoggettato a una ritenuta a titolo d’imposta del 15%.

Ma attenzione: questa percentuale si riduce in funzione dell’anzianità di partecipazione al sistema della previdenza complementare. Se l’anzianità supera i 15 anni, l’aliquota diminuisce dello 0,30% per ogni anno di successiva partecipazione, fino a un massimo di 6 punti percentuali: con 35 anni di partecipazione, l’aliquota cala quindi al 9%.

Anche volendo, dunque, il signor Gino non avrebbe fatto in tempo a salire su questo treno: ma ipotizzando che i suoi figli svolgano un lavoro dipendente che consenta loro di maturare nel tempo un TFR altrettanto corposo, forse per loro la destinazione del TFR al fondo pensione – salvo profonde revisioni legislative – potrebbe rivelarsi la scelta migliore.

I vantaggi fiscali della previdenza complementare

Nell’ottica di spingere i contribuenti verso forme di previdenza complementari all’assegno pensionistico pubblico, il legislatore ha previsto anche altre agevolazioni fiscali, che è importante conoscere per fare le opportune valutazioni.

In particolare, nella fase di accumulo esiste la possibilità di dedurre dal reddito complessivo annuo i contributi versati al fondo pensione – sottraendoli quindi dalla base imponibile per il calcolo dell’imposta dovuta – fino a un massimo di 5.164,57 euro. Ciò potrebbe consentire di scendere di scaglione IRPEF, a un’aliquota più vantaggiosa. Altra nota interessante: il Trattamento di Fine Rapporto destinato al fondo non concorre al limite della deducibilità fiscale, ovvero i 5.164 euro e rotti di cui sopra.

Nel frattempo, i contribuiti che confluiscono nel fondo pensione generano rendimenti. I quali sono soggetti a un’imposta del 20%, a fronte del 26% previsto per la maggior parte delle forme di risparmio di tipo finanziario. Sulla parte di rendimento che deriva da titoli di Stato e similari la tassazione è anche più bassa, del 12,5%.

Ultimo, ma non per importanza: il TFR versato nella forma pensionistica è al lordo delle imposte, quindi una volta investito nel fondo può contribuire in tutta la sua interezza a produrre rendimenti.

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Aliquota di Computo

L’aliquota di computo è quella percentuale che viene applicata alla retribuzione o reddito pensionabile (nel caso dei lavoratori autonomi) per calcolare il montante contributivo annuo da rivalutare nel sistema contributivo. Si tratta, pertanto, di un parametro indispensabile per tradurre in pensione l’imponibile annuo percepito dal lavoratore nel sistema contributivo (articolo 1, comma 8 della legge 335/1995) e non deve essere confusa con l’aliquota di finanziamento che è quella alla quale è effettivamente assoggettato l’iscritto alla Gestione. Le due aliquote, infatti, non sempre coincidono con i contributi effettivamente versati dal lavoratore e dal datore potendo essere quella di computo maggiore o minore di quella di finanziamento della gestione. In linea generale le due aliquote si aggirano su valori molto simili ma nel caso in cui l’aliquota di finanziamento risulti inferiore all’aliquota di computo l’assicurato otterrà un maggior rendimento dei contributi versati. 

L’aliquota di computo è stabilita per legge per ciascun fondo previdenziale. Dal 1° gennaio 1996, cioè da quando è stato introdotto il sistema contributivo, la misura dell’aliquota di computo per la generalità dei lavoratori dipendenti iscritti presso l’assicurazione generale obbligatoria e l’insieme dei fondi ad essa sostitutivi (elettrici, telefonici, trasporti, volo, eccetera) od esclusivi (ex Inpdap, FS e ex Fondo Ipost) è stata fissata al 33%. Ciò significa che una retribuzione di 32 mila euro annui produce l’accreditamento di 10.250 euro di contributi da rivalutare annualmente sulla base del tasso di capitalizzazione. 

Per i lavoratori autonomi, che tradizionalmente pagavano un contributo inferiore ai lavoratori dipendenti, la Riforma del 2011 ha rivisto gradualmente al rialzo le aliquote di computo sino a portarle al 24% a partire dal 2018. Nonostante l’intervento del 2011 questo fattore sarà alla base di pensioni tradizionalmente più basse: a parità di reddito i lavoratori autonomi traducono, infatti, in pensione una fetta inferiore di contributi rispetto ai lavoratori dipendenti. La tavola sottostante riepiloga le aliquote di computo vigenti nei principali comparti della previdenza pubblica obbligatoria dal 1996 ad oggi. 


Si ricorda che l’imponibile annuo su cui si applica l’aliquota di computo non può superare, per i soli lavoratori iscritti alla previdenza successivamente al 31 dicembre 1995 (cioè che sono nel sistema contributivo puro) o per coloro che optano per il sistema contributivo ai sensi dell’articolo 1, comma 23 della legge 335/1995 un massimale contributivo pari, per il 2018, alla cifra di 101.427 € (articolo 2, comma 18 della legge 335/1995). Gli altri iscritti, invece, non sono coinvolti in alcun massimale pensionabile. 

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Fondo pensione: cosa ottengo alla fine?

Il fondo pensione viene scelto per accumulare i propri risparmi e ottenere una pensione integrativa da affiancare alla pensione pubblica. In questo modo ci si assicura il tenore di vita desiderato una volta pensionati. Ma come funziona questo meccanismo?

Vediamo nel dettaglio come i contributi versati nel fondo pensione diventano la propria pensione integrativa e in cosa consiste precisamente la prestazione.

Fondo pensione: dall’accumulo fino all’erogazione della pensione integrativa

Il fondo pensione funziona secondo il meccanismo della capitalizzazione: i contributi versati vengono investiti nei mercati finanziari, secondo il comparto di gestione prescelto (azionario, obbligazionario, bilanciato o garantito), per ottenere dei rendimenti che accrescono negli anni il capitale accumulato fino al momento del pensionamento.

Quando si maturano i requisiti per la pensione pubblica si ottiene, da quanto accumulato nel fondo pensione, la pensione integrativa. La prestazione, in particolare, può essere erogata a scelta dell’aderente in tre modalità:

  1. l’intero capitale accumulato viene convertito in rendita vitalizia immediata, quindi ogni mese si riceve una pensione integrativa da affiancare a quella pubblica fino a che il pensionato è in vita. In alternativa, si può scegliere tra altre tipologie di rendita, come quella reversibile, che in caso di morte del pensionato viene erogata al beneficiario indicato
  2. l’intero capitale accumulato può essere richiesto fino al 50% direttamente in un’unica soluzione e la parte restante, quindi, viene erogata in rendita vitalizia
  3. l’intero capitale accumulato può essere richiesto al 100% in un unica soluzione se la rendita che si ottiene è inferiore ad un determinato ammontare parametrato all’assegno sociale INPS.

Vediamo tre storie di pensionati ex aderenti ad un fondo pensione, Alessandro, Monica e Stefano e di come la pensione integrativa migliora il loro stile di vita.

Fondo pensione: tre ipotesi di pensione integrativa

Alessandro è un pensionato ex ingegnere in una grande azienda sposato con Arianna e con due figli, Luca e Michele. Alessandro ha iniziato a risparmiare in un fondo pensione già nei primi anni della sua carriera lavorativa versando il proprio TFR e 150 euro al mese;  questo gli ha consentito di accumulare un buon capitale da cui ricavare la pensione integrativa.

Al momento del pensionamento ha accumulato nel fondo più di 265.000 euro e ha deciso, quindi, di farsi erogare la pensione integrativa per metà in un unica soluzione, per un capitale di circa 132.000 euro, e l’altra metà in rendita vitalizia pari a 5.721 euro annui (476 euro mensili).

Alessandro percepisce una pensione pubblica che rispetto all’ultimo reddito copre solo il 51%  e ha quindi un gap previdenziale del 49%. Grazie alla pensione integrativa colma il gap previdenziale, potendo contare ogni mese su una rendita di 476 euro. Inoltre i 132.000 euro hanno agevolato l’acquisto della casa in montagna da sempre desiderata da Alessandro e Arianna.

Monica è una pensionata ex psicologa libero professionista, sposata con Diego e con una figlia trentenne, Ilaria. Versando nel corso della sua carriera 130 euro al mese nel fondo pensione ha accumulato al momento del pensionamento 100.000 euro, che ha deciso di convertire interamente in rendita vitalizia pari a 2.738 euro all’anno, 330 euro mensili.

Monica senza pensione integrativa avrebbe un gap previdenziale del 78% e una pensione pubblica, quindi, che copre solo il 22% del suo ultimo reddito, ma grazie alla rendita mensile può mantenere lo stile di vita desiderato. Le spese cui far fronte una volta pensionata, inoltre, sono inferiori rispetto a quando era nel pieno dell’attività lavorativa: il mutuo della casa è ormai estinto e sua figlia Ilaria è economicamente indipendente. Monica, quindi, si concede ogni anno almeno un viaggio con suo marito Diego tra quelli da sempre desiderati.

Stefano è un pensionato ex dipendente pubblico, sposato con Carlotta e con un figlio di trentacinque anni, Valerio. Grazie ai 1.000 euro annui versati nel suo fondo pensione ha accumulato 70.445 euro. Rientrando entro la soglia prevista, ha optato per la liquidazione del capitale in un’unica soluzione tenendo conto del fatto che anche sua moglie Carlotta ha una pensione integrativa su cui contare ogni mese.

Grazie al risparmio di previdenza integrativa Stefano ha potuto compiere alcuni interventi necessari per la sua casa, sa di poter contare su un bel gruzzolo per qualsiasi esigenza e per aiutare suo figlio Valerio in caso di bisogno. La pensione integrativa di Carlotta inoltre consente a entrambi di mantenere lo stile di vita desiderato.

La pensione integrativa è un risparmio prezioso che, grazie a dei versamenti costanti, anche piccoli, nel corso della carriera lavorativa, restituisce un benessere ed una sicurezza economica in più all’intera famiglia una volta pensionati. Inoltre, si può scegliere la modalità di erogazione della prestazione più in linea con le proprie esigenze e il proprio stile di vita.

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Pensione integrativa e i suoi alleati

Un interessante articolo del Corriere della Sera riporta quelli che sono i veri e propri alleati della pensione integrativa, in particolare per il risparmiatore che sceglie un fondo pensione per costruirsi la propria rendita pensionistica:

  • tempo
  • rendimenti
  • agevolazioni

A fare da sfondo la pensione pubblica attesa per i lavoratori di oggi, che essendo integralmente calcolata con il sistema contributivo, sarà più bassa rispetto al passato e non coprirà interamente l’ultimo reddito percepito.

La pensione integrativa è quindi fondamentale per i giovani di oggi. In particolare, l’articolo propone alcuni scenari possibili per un lavoratore dipendente trentenne dalla carriera stabile, un altro lavoratore dipendente trentenne, ma con una carriera più discontinua e due lavoratori autonomi di quarant’anni, anche in questo caso rispettivamente dalla carriera stabile o frammentata. Tutti i lavoratori presi in esempio hanno l’obiettivo di raggiungere, al termine dell’attività lavorativa, una copertura pensionistica data da pensione pubblica più pensione integrativa pari all’80% dell’ultimo reddito.

Vediamo che in tutti i casi tempo, rendimenti e agevolazioni aiutano i risparmiatori a raggiungere il proprio obiettivo.

Pensione pari all’80% dell’ultimo reddito: ecco come

Fonte: l’Economia del Corriere della sera

La prima simulazione riguarda un lavoratore di 30 anni che ha iniziato a lavorare a 25 anni e con uno stipendio netto di 1.200€.  A fronte di una carriera stabile, fino al pensionamento all’età di 65 anni e 5 mesi, si stima per lui una pensione pubblica pari a circa il 73% del suo ultimo reddito, detto anche tasso di sostituzione. Per arrivare all’80% di copertura, grazie al restante 7% di pensione integrativa, dovrebbe versare in un fondo pensione 44 euro al mese nel caso di una linea di investimento più rischiosa e dinamica, 68 euro in una più prudente con rendimenti stimati inferiori. Lo stesso trentenne che ha appena iniziato a lavorare, a fronte di un tasso di sostituzione del 66%, dovrebbe versare rispettivamente 90 euro oppure 140 euro mensili.

Lo scenario cambia nel caso di carriere meno stabili e con interruzioni lavorative a 30, 40 e 50 dal momento che diminuisce il tasso di sostituzione della pensione pubblica è aumenta il gap previdenziale da colmare con la pensione integrativa.

Nel caso del quarantenne, lavoratore autonomo, con uno stipendio netto di 1.800 euro e un’età di pensionamento di 65 anni, il versamento al fondo pensione va dai 79 euro ai 370 euro mensili a seconda delle variabili in gioco, ossia, età di d’inizio dell’attività, stabilità lavorativa, linea di investimento e tasso di sostituzione da integrare.

Pensione integrativa: tempo, rendimenti e agevolazioni i suoi alleati

Qualunque sia lo scenario preso in considerazione, è innanzitutto evidente che il tempo e i rendimenti che si ottengono grazie all’investimento in un fondo pensione aiutano a raggiungere il proprio obiettivo: integrare la pensione pubblica per tutelare il proprio tenore di vita.

Da un lato, infatti,  meno si rimanda e meglio è, perché si ha più tempo per accumulare e raccogliere i frutti di questi accantonamenti con gli investimenti nel fondo pensione. Dall’altro, proprio perché l’orizzonte temporale è lungo, si può scegliere una linea di investimento che a fronte di un maggior rischio restituisce dei rendimenti maggiori, dal momento che il lungo periodo a disposizione compensa le normali oscillazioni del mercato. Nell’articolo, inoltre, si menziona come la stessa Covip abbia ricordato che c’è una probabilità di quasi il 100% che una linea ad alto rischio performi meglio di una a basso rischio.

Ci sono poi le agevolazioni fiscali della previdenza integrativa che aiutano notevolmente i risparmiatori nel fondo pensione: la deducibilità fiscale dei contributi versati ogni anno fino a 5.164 euro e l’aliquota agevolata sulla pensione integrativa, che dopo una lunga partecipazione arriva dal 15% iniziale al 9%, contro le normali aliquote IRPEF dal 23% al 43%.

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