Da un movimento filantropico a una necessità finanziaria.

Il percorso degli investimenti negli ultimi 20 anni è cambiata drasticamente, sia per etica che per necessità di portafoglio che vedremo negli anni a seguire. Molti studi sono stati fatti e uno su tutti che vogliamo riportare è quello fatto sul rendimento dell’azienda Generation Investment Management fondata dal former Vicepresidente Al Gore e David Blood, asset manager della Goldman Sachs.

Tra il 2005 e il 2020 abbiamo visto un ritorno del fondo del 11%, comparato al benchmark da superare della MSCI World Index che ha portato ad un ritorno del 6%. Con questi dati, si vuole specificare come un fondo sostenibile abbiamo sovraperformato la totalità del mercato, composto da una pluralità di vedute e settori. Nel 2015 ci fu una ulteriore spinta alla finanza sostenibile data dagli Accordi di Parigi (COP21), i quali prevedono non solo un interesse verso l’ambiente o il controllo delle emissioni, ma anche delle risorse nel mondo della finanza e a dove vengano convogliate.

Nella finanza moderna, dunque, non si tratta più semplicemente di evitare azioni o paesi che non rispettino certe etiche, ma si ha la possibilità di scelta e di dover trovare delle opportunità.

Nel giro di due anni (2017-2019), la percentuale di retail e investitori istituzionali che applicano i principi ESG su almeno un quarto del portafoglio è salita dal 48 al 75%, secondo un report di Deloitte.

Chiariamo comunque che come in tutte le cose belle, ci si può nascondere del finto. Avere un alto rating ESG non significa obbligatoriamente avere una veduta green, abbassare le emissioni di CO2 o provare in qualche maniera a salvare il pianeta. Difatti, molte aziende petrolifere, quale BP, hanno un alto rating ESG in quanto la Governance e dunque, il benessere dei lavoratori è tale che gli permette di entrare a far parte di una simile lista.

Ma chi investe per il pianeta potrebbe non saperlo. Potrebbe dare fondi, sostenere un qualcosa che disprezza, facendo crescere quello che vorrebbe veder sparire.

La stessa E che indica Environment può essere travisata di significato e aziende che investono più di altri competitors sulle energie rinnovabili, finirebbero per essere prese nelle strategie “best in class” e messe in un paniere green. O perlomeno, considerato green. Lo stesso indice L&G Future World ESG UK Index nel 2019 deteneva più del 11% di share in aziende che trattavano tabacco, alcol, scommesse e difesa (greenwashing).

Di fronte a tante possibili modalità di investimento, una su tutte è da tener conto quando ci si muove per un bene più grande: il disinvestire.

Sebbene si possa pensare che muovere i soldi da una pessima azienda (da un punto di vista green, non fallimentare ovviamente) ad una ottima sia il giusto passaggio per scoraggiare quest’ultima a continuare a adottare delle politiche sostenibile, ci si sbaglia. La finanza è un mondo fatto di opportunisti, di sciacallaggio e di sfortune (di altri). L’azione che si proverebbe a portare giù di valore finirebbe per avere una valutazione sottostimata al reale valore; verrebbe dunque ricomprata in quantità massicce e rivenduta, così da garantire una ottima rendita all’investitore non curante delle tematiche ambientali. Il vulture funds con l’esempio argentino n’è è la riprova di come queste cose succedono, non preoccupandosi di donne, bambini e anziani e di come possano sopravvivere ad un default statale.

Disinvestendo dunque creeremo un duplice danno e non arriveremo alla nostra ultima finalità dell’investimento, cioè un mondo più pulito. Togliendo la nostra quota significa lasciare lì il nostro diritto di dire un qualcosa, di poter esprimere un nostro pensiero che abbia un peso per chi dirige l’azienda.

Da un punto di vista oggettivo, ciò che vedremo sarà un amplificarsi del fenomeno già attualmente in corso, ovvero vedere le aziende di petrolio, gas e carbone essere meno profittevoli per i prossimi anni. Non ci sarà più possibilità di usare tutto quel combustibile fossile grazie a nuove leggi, nuove invenzioni che proteggono l’ambiente e un’attitudine crescente degli esseri umani ad avere parsimonia di un mondo che, purtroppo, cresce, respira e muore, come tutte le creature che ne fanno parte.

A livello finanziario si sono riscontrati dati favorevoli nel lungo periodo per investimenti green, supportati da differenti studi quali Lauren-Fois (2018), dove si parla di un incremento iniziale del rischio dovuto alla meno diversificazione (in quanto si escludono le aziende non green) ma che tale rischio tende a diminuire nel tempo, grazie ad un incremento di informazioni nel tempo per selezionare le società green più stabili che forniscono revenue più importanti di altre.

Lo stesso studio condotto su tre differenti portafogli di Ibikunle – Steffen (2017) composti da

  • 175 fondi ESG,
  • 250 fondi black,
  • 900 fondi convenzionali, hanno riportato che i primi hanno nel tempo sovraperformato i fondi black, cambiando il paradigma. L’aumento dei rischi ambientali porta ad una riduzione dei rendimenti nelle compagnie irrispettose dell’ambiente mentre la crescente importanza dei temi della sostenibilità ha permesso di avere rendimenti sempre più alti.

È un mondo ben più ampio, difficilmente riassumibile in un articolo e in continua evoluzione. Ma queste informazioni devo servire da antenne per collegarsi ad un mondo sottostante più complesso, nuovo e fiorente.

Le più generali e fattuali conclusioni che possiamo riportare sono quelle di una finanza sostenibile che sta facendo progressi e sta facendo fare progressi al nostro mondo.

Concludiamo dicendo che dunque gli ultimi due decenni hanno contraddistinto la forte crescita del settore degli investimenti sostenibili e l’incorporazione dei fattori ESG. L’Unione Europea e il suo spirito green sono stati all’avanguardia di questo nuovo movimento di flussi di investimenti, tanto che noti economisti americani, come Jeremy Rifkin, sottolineano come gli USA siano rimasti molti passi indietro al vecchio continente per quanto riguarda delle implementazioni strutturali green.

In Italia c’è stato un aumento della mole di capitali spostati nei fondi aperti (mercato SRI) che nel 2018 si aggirava attorno ai 18,5 per arrivare ai 430 miliardi del 2021. Solo negli ultimi due anni sono aumentati di circa il 20% i risparmiatori che conoscono o si sono interessati al mondo degli investimenti sostenibili, mentre si è passati dal 14 al 18% per chi ha sottoscritto prodotti SRI.

Come già spiegato in precedenza, la grande forza di questi investimenti è a lungo termine. Dunque, chi più, dei fondi pensione (piani previdenziali) si dovrebbe, o meglio, si sta interessando di spostare le risorse in piani di accumulo a proiezioni green? L’Italia è sicuramente un mondo, finanziariamente parlando, rimasto indietro dove il peso dei capitali dei fondi pensione, non affianca la situazione mondiale. Basti pensare che gli Stati Uniti d’America hanno una quota del mercato mondiale dei fondi pensione del 55.54%, Regno Unito 9.94%, Paesi Bassi 5.49%, Canada 4.87%, Giappone 4.73% e Italia 0,54%.

Ma sebbene il nostro sistema previdenziale sia strutturato differentemente, abbiamo il 62.5% dei fondi pensione, casse di previdenza e piani individuali pensionistici che adotta strategie SRI. Per far sì che si aumenti questa percentuale, le principali criticità riscontrate riguardando la mancanza di dati ESG affidabili e standardizzati, con certificazioni che tutelino contro il greewashing.

About the author 

lorenzoparadisi0510@gmail.com

Laureato in Lingue Aziendali all'Università degli Studi di Urbino, sto ora conseguendo la laurea magistrale presso l'Università degli studi di Parma in International Business and Development. Appassionato di micro e macroeconomia e del mondo della finanza, vanto una conoscenza approfondita della lingua francese (madrelingua) e lingua inglese (C1). Completato un Erasmus alla KEDGE Business School di Bordeaux e un'esperienza estera ufficio acquisti/vendite a Parigi.

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