Marzo 8, 2020

Chissà quante volte avrete sentito parlare del crollo della borsa del 1929… eppure molti di voi probabilmente non sapranno con esattezza come sono andate le cose. E’ stata la crisi del secolo, forse…  Vi propongo questa lettura, prelevata dal sito www.cronologia.leonardo.it.Penso sia un ottimo modo per rendersi conto che cosa era successo in quegli anni e…magari meditarci un po’ su. Non sta a me giudicare se ci sono delle assonanze tra la crisi che viviamo oggi (2008)  e quella storica del 1929. Vai con la crisi del 1929!

Consideratela come una buona lettura culturale.

WALL STRETT: Doveva essere un temporale estivo, invece…

Da tempo c’era l’età dell’oro. Le cifre parlavano chiaro: fra il 1925 e il 1929, le industrie americane erano aumentate da 183.900 a 206.700. L’indice della produzione era passato, dal 1921 al giugno del 1929, da 67 a 126. La sola Detroit nell’anno precedente il crack aveva sfornato quasi 5,4 milioni di automobili. Erano nate le prime industrie di elettrodomestici, che con lavatrici, frigoriferi, radio ecc. avevano portato la produttività industriale nel corso del decennio al 43%, ma con i salari che erano saliti solo del 20%. Quindi la differenza fra la crescita della produttività e i salari, andava a impinguare i profitti delle aziende di ogni settore e ovviamente a far salire in una forma anomala le proprie azioni in Borsa. La febbre frenetica di questi titoli poi sfuggì ad ogni controllo. La crescita convulsa, la politica del denaro facile, la febbre del profitto, contagiò un po’ tutti, e l’aggiottaggio dei titoli dei re-agenti della Borsa per farli salire (operando solo con il margin, cioè bastava anticipare il 10%) diventò quasi uno sport per loro. Ma lo squilibrio fra la produzione e il consumo, oltre l’insufficienza di mezzi di pagamento (il margin) non poteva durare all’infinito. Prima o dopo qualcuno doveva pur tappare i buchi, che normalmente chiudeva da una parte aprendone altri da un’altra parte, sempre più numerosi, a catena.

Il valore reale delle aziende non corrispondeva più al valore dei “pezzi di carta” che giravano in Borsa, fra l’altro comprati allo scoperto. Di reale c’era solo una cosa, un colossale castello di carta.La grande azienda capitalizzata 1000 in realtà possedeva materialmente 100, magari produceva, ma aveva già da tempo i magazzini pieni di merce invenduta; ma almeno questa pur esisteva, aveva muri, macchinari, merci; mentre alcune indagando si scopriva che avevano un basso in periferia, con dentro una macchina da scrivere, un po’ di carte sul tavolo e sull’insegna c’era scritto XY Company – Export Import con mezzo mondo. Tanti specchietti per allodole.

“…il mondo imprenditoriale americano aveva accolto negli anni venti un gran numero di procacciatori di affari, truffatori, impostori e venditori di fumo; e a tali deficienze degli uomini si aggiungeva la fragilità delle holding; bastava che gli utili di un’azienda diminuissero che subito crollava l’intero edificio (quello che poi accadde). Altro sintomo, una non buona ripartizione del reddito, concentrato in un piccolo numero di persone: un terzo dell’intero reddito andava soltanto a un 5% della popolazione, e tale concentrazione faceva sì che l’economia dipendesse dalle loro decisioni” (Galbraith, Il grande crollo) (e come vedremo proprio questo accadde il 29 ottobre).

Questa anomala situazione era iniziata nel secondo semestre del 1924. L’indice era a 134, a fine anno era salito a 181. A fine 1927 salì a 245. Nel 1928 con questi risultati iniziò la vera e propria orgia speculativa “una fuga di massa nella fantasia” la chiamò Galbraith. Ci fu un altro incredibile balzo e a fine agosto del 1929 l’indice toccò i 449 punti. Cioè il raddoppio in poco più di un anno, mentre i consumi diminuivano per gli stipendi troppo bassi, cosicché alcune industrie avevano un surplus di produzione, i magazzini pieni di invenduto.Questo in generale, eppure alcune grandi aziende nello stesso periodo di un anno, fecero dei clamorosi exploit. Il titolo Radio (che non aveva mai pagato un dividendo) passò da 85 a 420 dollari, il 500%. I magazzini Ward da 117 a 440. Il New York Times aumentò di 86 punti.

” Nel 1923 le azioni negoziate furono 237 milioni; nel 1924, 280 milioni; nel 1925, 452 milioni; nel 1926, 449 milioni; nel 1927, 577 milioni; nel 1928, 920 milioni, e quasi altrettante nei sei mesi del fatidico 1929, cioè 827 milioni.I prestiti agli agenti di cambio (bisognosi di somme per le liquidazioni quotidiane) da 3219 milioni del 1926, nei sei mesi del 1929 erano saliti a 8500 milioni (Corriere della Sera, del 31 ottobre 1929).

Da tempo i ranghi dei milionari si infittivano di giorno in giorno, e lo stile di vita dei nuovi ricchi diventava sempre più stravagante. Per alcuni i soldi erano come quelli del monopoli, per altri giocare in Borsa era come giocare a dadi. Un giovane avvocato racconta ” non avevo nemmeno un soldo, mi feci prestare qualche somma dagli amici, ed ero pronto a far l’affare utilizzando il margin, ossia quel sistema che permetteva di pagare soltanto il 10% del valore delle azioni acquistate. Dopo pochi mesi giravo con in tasca un milione di dollari in contanti, sempre pronto a fare altri affari, o a comprarmi una macchina solo perchè alla sera finito il lavoro avevo perso il vaporetto per andare a casa”.Lui era avvocato, ma la stessa cosa fece il lift dell’ascensore della Borsa. Lo racconta un agente di cambio -Stokes- “. “Non volle stare a guardare; iniziò a comprarmi qualche azione di Radio al mattino a 100 dollari e verso mezzogiorno le vendeva a 130. Così un giorno dopo l’altro, aumentando sempre di più il pacchetto, in pochi mesi era diventato milionario”.Poi c’era in “parco buoi” dei piccoli investitori (pensionati, casalinghe, studenti, apprendisti finanzieri, gente di ogni ceto sociale) che passavano la giornata in Borsa a seguire l’andamento dei titoli, come faceva il lift. A metà ottobre almeno un milione e mezzo di americani possedeva un suo consistente giardinetto e altri 20 milioni di americani qualche pacchetto di azioni in mano lo aveva già, e si era fatto da solo il suo “giardinetto”.

Il 22 Ottobre, martedì, a inizio seduta, quella “frangia scrollata di dosso” del giorno prima, aveva già allarmato alcuni speculatori che iniziarono a vendere. Intervenne allora il Mitchel citato già sopra (della Federal Reserve), che con un gruppo di banchieri decise di intervenire per frenare il ribasso acquistando alcuni corposi pacchetti per sostenere i corsi. L’allarme a fine seduta sembrava cessato.Ma la mattina dopo, il 23 ottobre mercoledì, i primi a vendere furono alcuni operatori; quelli che operavano con i margin. Per non correre ulteriori rischi, cercavano di affrettarsi a incassare, correvano a vendere a rotta di collo per colmare l’enorme differenza che si andava creando di ora in ora fra il valore delle azioni comprate allo scoperto nei giorni precedenti (ancora da saldare) e la quotazione sempre più bassa del titolo che la telescrivente senza pietà registrava.A fine seduta qualcuno già ci aveva rimesso le penne, e nemmeno un miracolo sarebbe riuscito a tappare tutti i buchi di quel grande colabrodo che loro stessi co
n tanta disinvoltura avevano creato. Ma fuori, pochi ancora sapevano del dramma che stava per compiersi. Ma la notizia iniziò a diffondersi, molti non dormirono la notte, la passarono a fare concitate telefonate (New York nel 1929 contava già 1.702.889 telefoni (6 volte l’intera Italia). E chi possedeva azioni aveva anche il telefono! In quella notte diventò rovente.

24 Ottobre – IL GIOVEDI NERO

Prima dell’apertura, ora molti sapevano, la notizia si era diffusa per tutta New York. Al mattino davanti alla Borsa si era radunata un gran rumorosa folla. Vera o falsa qualcuno sparse la voce che nella notte si erano già suicidati undici noti speculatori. Inizia il panico, la ressa, il timore di restare con un pugno di mosche in mano, inizia la psicosi della rovina.INIZIA IL CAOS

“A metà mattinata c’era già il caos, dopo aver segnato un punto del non ritorno, si tocca il punto di collasso. Nell’aula della Borsa gli agenti cadevano in deliquio; altri uscivano dal palazzo urlando come presi da pazzia, mentre fuori, in Wall Street, la folla dei piccoli speculatori faceva ressa piangendo e gridando ad ogni notizia che segnava il polverizzarsi di patrimoni.Il panico dei finanzieri era diventato isterismo e cupe tragedie spirituali seguivano alle tragedie materiali” (Ib.CorSera)Il vocio di migliaia di persone davanti alla borsa era ormai diventato un chiasso assordante. Ma ad un tratto scese un silenzio tombale dall’alto, infatti, tutti si misero a guardare in su. Dal tetto di un palazzo di fronte di dieci piani, si sporgeva un uomo; un altro suicidio? un’altra tragedia? un altro agente rovinato? Attimi di gelo nelle vene. Ma era semplicemente un carpentiere che dal tetto dove lavorava si era affacciato per curiosità nel sentire sotto tutto quel baccano. La psicosi del dramma aveva fatto il resto.

Ma il brutto doveva ancora accadere. Il giovedì 24 era stato nero (ed è questo passato alla storia), ma è la giornata del martedì del martedi 29 ottobre che fu infausto, e a distanza di anni economisti premi Nobel come Paul Samuelson preferiscono datare il collasso della Borsa in questo giorno, e non il 24.Ma anche se gli economisti tra di loro non sono d’accordo sul cavillo cronologico, sono tutti d’accordo nel sostenere che dal 24 al 29 il più grave disastro finanziario della storia si poteva evitare. Economisti e politici approfondendo gli studi, additano i grandi cinici banchieri corresponsabili, se non proprio i colpevoli, del crack; e questo per la politica del credito facile da essi perseguita nei confronti della speculazione (8,5 miliardi di dollari prestati agli speculatori, ricavandoci ovviamente sempre congrui interessi; che sembravano da usurai, ma dagli speculatori accettati con imperturbabilità visto che compravano i titoli e pagavano con il margin solo il 10% ma che poi vendevano dopo poche ore al 100 per cento, per ricomprare con questi altri dieci stock di azioni sempre al 10%). Le voci più assurde e improbabili su certe company da tempo in crisi o addirittura fantasma, trovavano tuttavia sempre credito nei “polli” da spennare.

STATE CALMI. E’ SOLO UN VUOTO D’ARIA

Ma dopo la mattinata nera del 24, i grandi banchieri cominciarono ad avere paura, i crediti rischiavano di essere inesigibili. Decisero così di intervenire. Negli uffici della Morgan Company, al numero 25 di Wall Street, alle 12 in punto, si riunirono i luminari del mondo bancario. La stampa era tutta in attesa fuori; poi il comunicato diffuso da Lamon, assicurava che i banchieri avevano deciso di intervenire per riequilibrare il mercato “il cui ribasso -disse- è solo dovuto a condizioni tecniche”…. “è solo un vuoto d’aria che ha incontrato il mercato”.Ma nessuno comunica con quanto capitale i banchieri sarebbero intervenuti per salvare i corsi. Ci sono solo voci contrastanti, chi parla di 20-30 milioni di dollari, chi di 240 milioni.Tuttavia la fiducia ricompare quando teatralmente (come messaggero del salvataggio) il remisier della banca Morgan, Whitney (che tutti in borsa conoscono) entra spavaldo nel salone delle contrattazioni, e inizia a piazzare ordini di acquisto nelle varie coirbelles. Contrariamente al regolamento degli operatori, platealmente fa ad ogni acquisto una sceneggiata, indicando senza riserbo i titoli e la quantità, in modo che tutti sentono e vedono.Comunque la messinscena funzionò. Uscito Whitney, continuarono i suoi tori, i rialzisti, che calmarono le acque per qualche ora, ma alla chiusura del pomeriggio e anche il giorno dopo (venerdì 25) i salvataggi furono pochi e qualche milione di azioni trovarono altri “vuoti d’aria”. Il sabato 26 mattina (allora si apriva il sabato, ma fino a mezzogiorno) la situazione era altrettanto inquieta anche se il N.Y.Times, ribaltando il punto di vista dei giorni precedenti, scriveva quanto abbiamo citato all’inizio (“le ns. potenti banche sono pronte, ed impediranno il panico”). A mezzogiorno la chiusura fu sotto l’insegna di una grande incertezza. Molti si chiesero se era stato obiettivo e sincero il N.Y. Times.

28 OTTOBRE Lunedì –

Alla riapertura della Borsa proprio il N.Y. Times perde 49 punti. Sembrò una beffa, aveva parlato bene dei salvatori e intanto questi lo lasciavano affogare in un mare di svendite, e non era il solo, infatti su tutto il salone era ripiombata la tempesta. C’erano Agenti che mettevano in vendita stock di 10-50.000 azioni al colpo. “Volarono” via 9.250.000 azioni.Si riunirono nuovamente i “salvatori”, ma l’esito dell’incontro fu disastroso. Per la Borsa, ma non per i grandi Banchieri.I “SALVATORI” BUTTANO LA SPUGNA. I RISPARMIATORI? SI ARRANGINOIl comunicato diffuso affermava che “non era loro compito sostenere i livelli dei prezzi” che “potevano contribuire a rendere ordinato lo svolgimento del mercato”, e “assicurare che l’offerta trovi una controparte a un qualsiasi livello di prezzo”. Liquidarono così la loro posizione.Cioè rinunciava il consorzio a svolgere il compito che pochi giorni prima si era impegnato ad assolvere: di sostenere la quota azionaria. E si offriva -quando lo riteneva opportuno- di acquistare per quattro soldi i pacchi di titoli che più nessuno comprava ma che tutti vendevano, sempre più a meno.Avevano così deciso i banchieri di non far salire le azioni, ma semmai -aspettando come corvi- di giocare al ribasso. Loro erano i primi a sapere che tutta la borsa era un pallone gonfiato, anche perchè l’aria per gonfiarla l’avevano fornita proprio loro.

29 OTTOBRE: MARTEDI NERO

I banchieri avevano cinicamente fatto bene i conti. Infatti alla riapertura le quotazioni iniziarono a scendere senza sosta, in poche ore alcuni titoli non valevano più nemmeno il costo della carta con la quale erano stati stampati.”Al mattino erano state buttate sul mercato 3.260.000 azioni, alle ore 12 il numero era di 8 milioni, alle ore 13,30 era salito a 12.600.000, all’ora di chiusura venne stabilito il nuovo primato degli scambi: 16.380.000 azioni, che si assommavano a quelle del giovedì (15.000.000) e con quelle di venerdì e sabato, toccavano l’impressionante totale di 48.617.700 azioni”. (CorSera)I colpi più duri li subirono i fondi di investimento; all’epoca chiamati Investment trust. Ma dietro a loro migliaia di istituti di credito che di fondi ne videro molti, ma quelli del barile ormai tutto raschiato, cioè vuoto.-Una curiosità, il Mitchel citato già sopra (della Federal Reserve, ed anche presidente della National City Bank) il “grande ottimista” quello che diceva “che nulla poteva fermare il mercato positivo” ci rimise fino all’ultimo centesimo; andò in rovina.

Il consorzio di “salvataggio” scatenò così la “tempesta” del naufragio collettivo. Il giorno più devastante nella storia del mercato azionario di New York . Segnò l’inizio della “grande depressione”. Gli Stati Uniti piombarono di colpo in una crisi senza precedenti. Alcuni giornalisti, economisti, storici, cavillarono per anni (e
cavillano ancora oggi) per dire che l’origine non fu solo borsistica, ma che la recessione era già in atto, mentre altri indicano gli speculatori avventurieri la vera causa.Nella prima ipotesi: allora perchè altri autorevoli economisti e perfino il Presidente, scrivevano pochi giorni prima le frasi con cui abbiamo aperto questa pagina? E la stampa le diffondeva. Non si erano accorti di nulla?

Nella seconda ipotesi: non c’erano solo gli avventurieri negli speculatori, ma grandi organizzazioni distributive, catene di grandi magazzini, strutture regionali di servizi pubblici, come acqua, gas, elettricità, trasporti, grandi e serissime banche, che pur già prosperando nel benessere, non contente, vollero entrare anche nella bassa speculazione. Anche qui nessuno si era accorto di nulla?

A parte i risparmiatori (queste cifre sono controverse, vanno da 5 milioni a 20 milioni di malcapitati); iniziò la reazione a catena dei fallimenti di Società finanziaria, Istituti di credito, Investment trust, aziende commerciali e industriali, piccoli e grandi commercianti, una strage che continuò per diversi anni. Milioni di persone non coinvolte pensarono che erano “cose da ricchi”, non potevano certo supporre che le loro vite sarebbero state influenzate. Si sbagliavano, e di molto. Nel giro di qualche mese coinvolse tutti i settori, con riduzioni di posti di lavoro, di prezzi, chiusure improvvisa di banche, di fabbriche, di negozi, di servizi essenziali. E con la Borsa che continuò a fare altri tonfi, il 6 novembre con 37 punti, e l’11-12-13 novembre con altri 50 punti.

Nell’autunno del 1930 ci fu una vera e propria epidemia di fallimenti. A novembre fallirono 256 banche con depositi per 180 milioni di dollari; il mese dopo altre 352 prestigiosi istituti di credito con 370 milioni di depositi, poi fallì la più grande, la Bank of United State di N.Y, con più di 200 milioni di dollari di risparmi “volati via”.Poi una nuova ondata di fallimenti nella successiva primavera, quando si incrociarono con la crisi americana le crisi di altri paesi europei per l’effetto del crollo, ma anche per egoismi atavici locali (vedi Francia e Inghilterra. Quest’ultima inizialmente si fregò le mani dalla contentezza, poi spregiudicatamente causò un altro disastro; (ma nel ’38….vedi più avanti) i dolori cominciarono anche in Gran Bretagna, anche se stava rifornendo di armi Hitler).

Ci sarà poi l’avvento alla Casa Bianca di Roosevelt, con il suo New Deal (pacchetto di leggi sociali ed economiche) che riuscì (ma sono controversi i giudizi) ad arrestare la grande depressione a partire dal 1934. L”assistenzialismo” fece anche miracoli, ma non sapremo mai quanto incise veramente nella ripresa dell’economia americana e quanto poteva ancora durare, perchè intervennero altre situazioni favorevoli. Come l’intervento degli Usa alla seconda guerra mondiale. Nel 1939, pur vivendo la popolazione statunitense un effettivo benessere, già superiore ad ogni altro paese, l’economia americana non si sarebbe veramente ripresa se non durante e dopo la seconda guerra mondiale. (vedi l’economia di guerra 1939-1945)

Lo storico B. Bernstein ad esempio è radicale nelle sue conclusioni: ” Il New Deal non fu nè la “terza rivoluzione americana”, come suggerisce Carl Degler, nè una rivoluzione a metà, come conclude William Leuchtenburg. Non solo fu limitata l’estensione della rappresentanza politica a nuovi gruppi, ma il New Deal trascurò pure numerosi americani, contadini, fittavoli, emigranti, braccianti, abitanti dei tuguri, operai non specializzati, neri senza impiego. Essi furono lasciati al di fuori del nuovo ordine.”Le idee di Keynes nel New Deal c’entrarono poco, queste fecero ufficialmente il loro ingresso solo in occasione della recessione del 1937. Tra lui e il presidente nei quattro anni precedenti non c’erano stati molti rapporti di simpatia. Il primo diceva che nelle idee di Keynes vi aveva trovato solo “un guazzabuglio di cifre”, mentre il secondo da parte sua era rimasto deluso nell’incontrare “un presidente così incompetente nel campo dell’economia”.

Lo stesso ex presidente Hoover (forse opinabile anche lui) scrisse nelle sue Memorie che considerava il New Deal come la negazione di tutta la tradizione americana. Queste le sua amare considerazioni: “Se gli adepti del New Deal avessero continuato la nostra politica invece di sabotarla definitivamente e di sforzarsi di trasformare l’America in un sistema collettivista, ci saremmo completamente ripresi diciotto mesi dopo il 1932…Siamo rimasti in questa sesta fase della depressione fino allo scoppio della guerra nel 1941”. (Memorie)

Gli Usa toccarono il fondo della crisi dal dicembre 1931 a ottobre 1932. La produzione raggiunse il livello più basso (46 punti se facciamo base 100 il 1928), 10 punti in meno rispetto al 1929. Il mercato azionario era ridotto a 1/6 rispetto al ’29. Quanto alla disoccupazione i dati ufficiali stimano che all’acme della crisi rimasero a spasso 12 milioni di lavoratori.A parte gli accennati motivi di questa crisi interna, la situazione si era ancor più aggravata con la crisi in Europa. Germania e Austria stavano crollando trascinandosi dietro altri paesi e le stesse banche americane; la Germania aveva sospeso i pagamenti delle riparazioni di guerra e le sue banche cessarono la loro attività facendo crollare tutto l’edificio dei famosi piani Dawes e Young (aiuti e investimenti in Germania fatti essenzialmente con il ben preciso scopo di farsi pagare i debiti). Altrettanto accadde in Italia che nel ’25 aveva ricevuto ingenti somme di banche americane, come la Morgan con 100 milioni di dollari in prestito, stornati alle industrie italiane dell’auto, gomma, siderurgiche..

La Gran Bretagna (partner privilegiato degli Usa) investita a sua volta da una crisi, per problemi suoi interni abbandona il gold standard (o tallone aureo) trascinandosi dietro tutti i paesi del suo impero e i paesi vassalli di fatto. (Lionel Robbin, nel fare una rigorosa analisi di questo scellerato abbandono lo considera “un colpo fatale, una catastrofe di enormi proporzioni”. E giunge perfino a dubitare che si sfiorò perfino la sopravvivenza delle democrazie europee dopo questo episodio. Gli inglesi riuscirono a far abbandonare il gold a 22 Paesi che chiusero così tutte le importazioni americane. Un altro ko per gli Usa.

Di colpo Stati Uniti e Francia (con essi anche Italia, Svizzera (questa alla fine boicottò perfino con una campagna i prodotti Usa), Belgio, Paesi Bassi) non vendevano più nulla, non erano più competitivi. Sempre Hoover nelle sue memorie scrive “gli acquisti europei di prodotti agricoli praticamente cessarono; dappertutto, intorno a noi, le banche crollavano…Gli stranieri cominciarono a ritirare l’oro depositato presso di noi”. Altro ko.

Quando Roosevelt fu eletto, assume le sue funzioni in condizioni che sfiorano il disastro. E non sarà facile modificarle, anche perchè i democratici non hanno di certo l’appoggio del mondo degli affari, i conservatori gli contestano gli elevati costi dei provvedimenti assistenziali da lui varati; poi come regalo nel ’35 gli bocceranno il N.I.R. Act , una specie di ristrutturazione dell’industria nazionale, che molti ritenevano autoritaria; quella che fin dal 1934 Hitler aveva già inaugurato- vedi la biografia – parte 7ma).

Roosevelt vara comunque, non senza difficoltà, il New Deal; controllo rigoroso dei cambi; pianificazione autoritaria della produzione; blocco dei salari; autarchia, protezionismo e isolazionismo; sussidiarietà e previdenza sociale; sistematica politica deflazionistica. Insomma “Una soluzione alla tedesca – (scrive Claude Fohlen – La Storia, L’Età Contemporanea, di N.Tranfaglia e M.Firpo, ed. Garzanti, 4 vol.p.226) – imitata in vari stati dell’Europa centrale, soluzione che si impose parallelamente all’instaurazione del regime nazionalsocialista dopo l’ascesa al potere di Hitler nel gennaio del 1933”.

Anche in America – come in Germania- gli industriali che aderirono alla “pianificazione autoritaria” della produzione si avvantaggiarono poi proprio nella produzione bellica e poi nella guerra, che Roosevelt a loro propose.Altrettanto aveva fatto Hitler al gotha della finanza e alla Reichsverband (associazione industriali tedeschi) quando addirittura in anticipo di qualche mese propose (e impose autoritariamente – ma forse non lui ma i grandi industriali stessi) il suo (?) “Piano di spesa pubblica”. Che sotto il profilo tecnico-economico era identico e quasi migliore di quello che stava varando Roosevelt. Il New Deal di Roosevelt era basato sul deficit di un bilancio o quanto meno su nuove forme di tassazione, ovviamente osteggiate dai Repubblicani e dai grandi trust; mentre quello tedesco era basato tutto sugli investimenti privati, cioè degli industriali, in altre parole della Reichsverband, e che Hitler chiamò poi Wirtschaftslenkung (“imprese private guidate”) e ne ne facevano parte 29 organizzazioni industriali e 50 territoriali. Che non era certo la “creatura” di un caporale che aveva fatto la quinta elementare, e che non era capace di fare una moltiplicazione e una divisione. Quando sale le scale del Reichstag, tutta la politica economica era stata già pianificata, con una struttura economica altamente organizzata, già razionalizzata; infatti avevano già adottato il controllo dei cambi. Nel Piano c’era una rosa di provvedimenti dove c’era materia tecnica da far impallidire i più grandi economisti del mondo. E anche questi con tutta la buona volontà, data la mole di formule e di cifre, non potevano certo averla elaborata e organizzata in meno di tre mesi. Questo era un lavoro di anni, fatto dalle migliori menti dell’alta finanza tedesca. C’era l’espressione di tutto un intero “potente” mondo economico che voleva egemonizzare economicamente l’intera Europa.Nella Wirtschaftslenkung c’erano dentro: la Adler Sa, Aeg, Astra, Auto-Union, Bmw, Messerschmitt, Metall Union, Opta Radio, Optique Iena, Photo Agfa, Puch, Rheinmetall Borsig Ag, Schneider, Daimler Benz, Dornier, Erla, Goldschmitt, Heinkel, Solvay, Steyr, Telefunken, Valentin, Vistra, Volkswagen, Zeiss-Ikon, Zeitz, Zeppelin. La Deutsche Bank, la Commerz Bank, la Dresder Bank. I grandi industriali dei colossi chimici Farben, gli Henkel, i Schnitzler, i Bosch, i Thyssen, i re della gomma Conti, dell’acciaio Voegler, delle Assicurazioni Allianz. Poi i gruppi Simens, Aeg, i Krupp, i Junker e tanti altri.Infine c’era Schacht, l’economista di fama mondiale, un mago della finanza che dirigeva la prestigiosa Reich Bank; improvvisamente si dimette e lo troviamo accanto al caporale Hitler; che senza le acciaierie Krupp, e senza la Mercedes e varie company come avrebbe fatto a fare le armi e i blitz in Europa? Non certo con la demagogia o i “desideri latenti” del popolo.

Migliore il suo (?) Piano, perchè ottenne dei risultati strepitosi, subito. Con la Wirtschaftslenkung (guidata non certo da Hitler che non capiva nulla di economa): la produzione sale già a fine 1933 al 3,2%, nel 1935 al 5,5%, nel 1938 era al 18,1 %. L’occupazione: dei 6 milioni di disoccupati, nel 1936 ne aveva assorbiti 4,5 milioni, due anni più tardi era quasi del tutto scomparsa, meno di 500.000 (C.W Guillembaud The Econony Recovery of Germany 1933-1938, Cambridge 1939).

A Roosevelt invece l’impresa non fu per nulla facile in tempi di pace. Nel 1939 l’America stava ancora cercando una nuova strada, che nessuno sapeva ancora indicare, ne tanto meno quale direzione prendere. I dibattiti, i saggi, le opinioni, le feroci critiche (quelli di Hoover le abbiamo lette) nei 6 anni del New Deal riempirono milioni di pagine (E le riempirono ancora dopo e ancora tuttora). Poi venne la guerra; si iniziò con i prestiti; poi con l’emotività di Pearl Harbour (uno strano attacco, uno stranissimo grande concentramento di navi) l’americano nella guerra ci si cacciò dentro fino al collo. Roosevelt risolse tutti i problemi rimasti insoluti, quando finalmente fu ascoltato appena fu eletto per la terza volta alla presidenza.

Con la “pianificazione autoritaria” (a lui tanto cara ma mai passata in due intere presidenze) la produzione industriale fu immediatamente sollecitata dalla prospe ttiva di fare degli Usa “l’arsenale delle democrazie”, così che, per la prima volta dal 1929, fu possibile riassorbire quasi completamente l’occupazione e rilanciare tutta l’economia. Ovviamente questo slancio produttivistico, e gli esiti della guerra a favore, via via crearono anche la consapevolezza all’America di essere la nuova leadership mondiale. Il messaggio del 6 gennaio 1941 di Roosevelt agli americani, poi l’incontro con Churchill il 14 agosto con un Hitler improvvisamente in difficoltà in Russia, il disegno egemonico Usa tra le potenze mondiali (che già nel messaggio era già contenuto) poteva essere realizzato. Furono tutti coscienti gli americani che i rapporti di forza tra le vecchie potenze erano mutati (la stessa Inghilterra era in grave difficoltà) quindi questo disegno non era un’utopia, ma a portata di mano. Una “crociata per la democrazia in Europa da farsi”, e come nel 1917 (con tre anni di ritardo!), con tre anni di ritardo intervennero nella Seconda Guerra mondiale.

Bastava mettersi a capofila nello sforzo bellico contro la Germania, e assumersi nuovi impegni e nuove responsabilità. Prima con gli aiuti all’Europa antinazista (legge Affitti e Prestiti il Land-Lease Act, dell’ 11 marzo – questa volta appoggiato anche dalla sinistra). Poi con l’attacco a Pearl Harbour del 7 dicembre ’41, l’appoggio a Roosevelt all’intervento (senza più tanti impacci elettorali o pre-elettorali) gli venne unanime da tutti gli americani.Sull’esito finale della guerra più nessuno ebbe più dubbi (nemmeno Hitler che fece di tutto per non coinvolgere gli Usa, memore della Grande Guerra). E sull’egemonia militare ed economica anche qui più nessuno ebbe dubbi. Anche Churchill, che dovette mandare giù il rospo. Anzi due, prima quello russo, poi quello americano.Non dimentichiamo che nel marzo del 1939, pochi mesi prima dello scoppio della guerra, i rappresentanti dell’industria britannica (che avevano contribuito anche al riarmo tedesco) si trovavano a Dusseldorf per diventare soci con la Germania di Hitler, per promuovere una vera e propria guerra commerciale contro gli Stati Uniti. Un boicottaggio totale. (quello cinico del gold standard non era bastato, anzi l’ Inghilterra stava peggio dei cugini oltreatlantico).

I motivi erano molto semplici: in Inghilterra fra il 1929 e il 1937, l’aumento della produzione era aumentato del 24%, ma l’esportazione era caduta a meno 16%. Un grosso squilibrio, una strozzatura mai verificatasi. Un anno prima, nel 1938, dopo tante discussioni erano riusciti a stipulare uno straccio di accordo commerciale con gli Usa, che nel frattempo si era però già impossessata dei mercati di 20 paesi (politica rooseveltiana del “buon vicinato” Panamericano; poi riconoscimento del governo sovietico, ecc.). Mercati non da poco, da far tremare non solo la Germania ma anche l’Inghilterra e il resto del mondo.E proprio perchè quello americano era uno straccio di accordo con tanta diffidenza da parte americana, quindi molto sterile, gli inglesi una soluzione ai loro grossi problemi non l’avevano trovata. Ed ecco l’incontro con i tedeschi a Dusseldorff. Forse per la troppa arroganza, conclusero anche qui poco, anzi diedero a Hitler la esatta percezione che gli inglesi erano in gravissime difficoltà economiche (ed era vero!), quindi l’idea di Hitler fu quella di fare la “sua” guerra; da solo in Europa, sul continente, e se Churchill gli dava fastidio e gli causava intralci, anche contro l’Inghilterra.

La guerra Hitler la scatenò , ma Churchill qualche patto dovette fare; l’anomala “non invasione” dell’Inghilterra già ko, è considerato ancora oggi un grande mistero; dove si è steso un pietoso velo sopra.Perfino l’avventata (?) invasione di Hitler della Russia (con un nemico(?) alle spalle) resta un miste
ro. Sappiamo quanto Churchill odiasse il bolscevismo, per lui Stalin era “il diavolo”. Ma poi quando il diavolo mise in crisi le invincibili armate dei nibelungi, Churchill non si fece scrupolo di “allearsi con il diavolo” e nello stesso tempo (ma altro non poteva fare) mandava giù anche l’altro rospo, accettare l’”aiuto americano”. Crucciato perchè sapeva come sarebbe andata a finire.Di certo non si aspettava Churchill, che a sei giorni prima della fine della guerra c’era ad attenderlo il “suo” 25 luglio, e l’invito a tornarsene a casa a fare tanti quadretti.

Finita la guerra, nel ’45, gli Stati Uniti nemmeno sfiorati dal conflitto, in casa non avevano nulla da inventare, nulla da ricostruire, dovevano solo riconvertire e rimettere in funzione a pieno regime, le 250 acciaierie e le 200.000 industrie che avevano contribuito alla riscossa, per tornare a invadere tutti i collassati mercati mondiali.

“La guerra è la salute dello stato”scriveva lo scrittore americano Randolphe Bourne nel pieno della guerra del 1915-18.Indubbiamente gli americani si convinsero già con la prima che era cosìe non ebbero poi più dubbi di entrare nella seconda.Era solo James Monroe che si era sbagliato nel 1823.

Articolo originale

About the author 

Poggi Leonardo

{"email":"Email address invalid","url":"Website address invalid","required":"Required field missing"}
Title Banner with Sidebar

Ottieni Gratuitamente l'e-Book

Investimenti - I 10 errori da EVITARE

>